Lorenzo Pergolini e Valeria Rossi.
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PSYCHODOG. TALE CANE TALE PADRONE.
2016. Giunti Editore, Firenze - Milano.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Psychodog. Tale cane, tale padrone  il libro di Valeria Rossi e Lorenzo Pergolini che indaga il rapporto tra cane e padrone con occhio divertito ma competente, e critico ma propositivo.
Un libro sicuramente dissacrante ma anche assolutamente "solido", perch basato sull'esperienza pluriennale degli autori di osservazione di cani e umani nella loro relazione reciproca.
L'educazione del cane non si deve improvvisare n si pu sottovalutare: questo libro pone i fondamenti imprescindibili per riconoscere i punti di vicinanza e comunione, e smascherare i punti deboli della relazione tra uomo e cane; solo cos la convivenza con l'amato quattrozampe sar serena e appagante dentro e fuori le mura di casa.
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Mai come negli ultimi dieci anni (giorno pi, giorno meno) si  parlato della mente del cane.
Mai si  studiata cos tanto - o almeno si  provato a studiare - la mente del cane (visto che tutti gli studi che abbiamo avuto a disposizione fino a questo momento sono stati relativi alla psicologia umana, che poi abbiamo cercato di applicare al cane... con alterne fortune); mai si  dedicata tanta attenzione a ci che il cane pensa, ai sentimenti che prova, alle sue emozioni e alle sue capacit di elaborare, ricevere e trasmettere informazioni.
Da quello che per millenni  stato solo un cane si  passati al concetto di membro della famiglia, di parente non umano o addirittura di figlio.
Eh, s: perch non soltanto si sente dire sempre pi spesso lo tratto come un figlio, ma si arriva al gli voglio lo stesso bene che voglio ai miei figli; che in alcuni casi pu essere solo una metafora, ma in altri  la (choccante) realt.
Se qui si viaggia decisamente verso il fanatismo, comunque,  innegabile che ci sia stata, negli ultimi tempi, una grandissima apertura mentale nei confronti del cane: perfino a livello legislativo gli  stato riconosciuto lo status di essere sensibile, senziente e intelligente. Si potrebbe presumere, quindi, che tutto questo abbia portato a un grande miglioramento nella qualit della vita e nel benessere dei quattrozampe.
E invece no. In realt  accaduto l'esatto contrario. Non si sono mai visti cos tanti cani problematici, paurosi, fobici, aggressivi, mordaci e chi pi ne ha pi ne metta.
Perch sta succedendo tutto questo?
Semplice: perch dalla normale e semplice cinofilia, ovvero da quell'amore per il cane come amico e come ausiliario che ci accompagna da almeno ventimila anni, si  passati a quella che potremmo chiamare cinofilia new age, fatta di presunte rivoluzioni culturali che spesso si traducono, purtroppo, in vere e proprie prese in giro nei confronti dei proprietari.
Il fatto che per molto tempo siano state maggioritarie figure che, pur definendosi cinofile, utilizzavano con i cani metodi coercitivi o addirittura violenti e brutali ha favorito, per reazione, l'affermarsi di una serie infinita di nuovi personaggi che, pur essendo tutti immancabilmente schierati sotto la bandiera del rispetto per il cane, di questo rispetto hanno concezioni diversissime gli uni dagli altri... e litigano in continuazione. Le discussioni cinofile spesso diventano vere e proprie guerre di religione: Facebook e gli altri social network possono offrire un vero campionario (dell'orrore) di questa nuova realt.
C' chi litiga sui metodi, chi si scanna sugli strumenti, chi insulta chi lavora col cane (Sciagurati! Schiavisti! Volete un robot al posto di un amico!), e chi sbeffeggia l'esagerato buonismo (Sciagurati! Bambinizzatori! Siete troppo permissivi, vi fate mettere i piedi in testa dal cane e poi lo portate dal comportamentalista che lo riempie di psicofarmaci!).
Inizialmente la dicotomia era una sola: gentilisti e tradizionalisti, ovvero fautori del metodo inglese (detto gentle training e nato negli anni Novanta) e seguaci del metodo tedesco, nato nell'Ottocento ma ovviamente evolutosi moltissimo nel corso dei decenni (fatto puntualmente negato dai gentilisti, i quali accusavano tutti i tradizionalisti di essere rimasti alla preistoria, oltre che di maltrattare i cani).
Oggi perfino i gentilisti vengono tacciati di essere dei retrogradi da un'infinita serie di nuove figure che vanno dal cognitivista allo zooantropologo e addirittura al buonista disneyano: quello secondo cui il cane deve essere lasciato libero di fare tutto quello che gli pare e piace, perch anche un singolo seduto  gi maltrattamento (il loro grido di guerra : Gli ordini si danno agli schiavi, non agli amici!).
Le infinite possibilit offerte da Internet, ovviamente, hanno ampliato a dismisura lo spazio a disposizione di chi aveva pi voglia di polemizzare che di dedicarsi davvero ai cani (voglia dettata, solitamente, dal desiderio di rubarsi reciprocamente i clienti).
Aggiungiamo pure che negli ultimi anni si sono moltiplicati come i funghi i corsi per educatori e addestratori cinofili (tenuti da tutte le diverse scuole di pensiero, col risultato di formare persone che la pensano in modo radicalmente opposto... ma tutte dotate di diplomino che le renderebbe teoricamente idonee a educare, rieducare, addestrare e/o riabilitare cani), e forse cominceremo ad avere una vaga idea della drammatica confusione in cui finisce il povero, normalissimo proprietario di cane che vorrebbe insegnargli a non tirare al guinzaglio o magari iniziarlo a qualche attivit sportiva.
Come uscire vivi da una situazione cos caotica (e assolutamente non regolamentata, al momento, da alcuna legge o norma?).
C' un solo modo: imparare a conoscere davvero il cane, partendo dalla sua fisiologia e arrivando alla (complessa e ancora in gran parte misteriosa) psicologia, per molti versi riconducibile all'etologia (studio dei comportamenti spontanei dell'animale in ambiente naturale), ma che viene anche plasmata dai vari tipi di rapporto che possono esistere tra cane e uomo... Questo implica che bisognerebbe sapere qualcosina anche di psicologia umana! Cercare di capire davvero il cane richiede tempo, impegno e studio: di certo non  una cosa facile e alla portata di tutti.
Ma anche chi decide di impegnarsi seriamente in questo campo, oggi, si trova di fronte a molte alternative in contrasto tra loro: un po' come i corsi per educatori, infatti, anche i testi disponibili in libreria possono dire cose diametralmente opposte, visto che tutti scrivono e tutti dicono la loro.
Quindi, studiare s, ma come? In che modo, con quale criterio logico?
Quando l'editore ci ha chiesto di scrivere un libro sulla psicologia canina (anzi, sulla psicologia canina comparata con quella umana), anche noi autori ci siamo chiesti quale taglio avremmo potuto dare al nostro lavoro per renderlo pi attendibile: perch in un mondo come quello cinofilo, che  ormai all'insegna del vale tutto e il contrario di tutto, diventa davvero difficile applicare un bollino blu di credibilit a un'opera.
Le nostre scelte, alla fine, sono state le seguenti: Lorenzo Pergolini, psicologo (umano) ed educatore cinofilo specializzato nella cosiddetta pet therapy (termine troppo vago per indicare tutte le attivit assistite con gli animali, ma di uso comune e quindi comprensibile a tutti) ha scelto di seguire il criterio del rigore scientifico.
Tutto ci che sosterr a proposito di psicologia canina (e umana!)  scientificamente provato e dimostrato, anche se verr esposto nel modo pi semplice e lineare possibile, perch siamo entrambi del parere che si possa comunicare e informare solo facendosi prima di tutto capire.
Valeria Rossi, ex allevatrice e addestratrice con quarant'anni di cinofilia alle spalle, lascer invece pi spazio all'esperienza diretta.
Inoltre, cercher di spiegare, almeno a grandi linee, i motivi per cui la cinofilia moderna  cos confusa e discussa, non addentrandosi certamente nella vera psicologia umana, ma accennando al lato oscuro della psicologia del cinofilo, ovvero al perch oggi, in questo settore, tutti litighino con tutti e il cliente non sappia pi a che santo votarsi (n a quale figura professionale rivolgersi).
La nostra speranza  che scienza ed esperienza unite assieme possano dar vita a un testo attendibile, ma anche fruibile e comprensibile, su quel poco che si sa della mente del cane (e su alcune dinamiche della psiche umana), consentendo anche di approcciare nel modo pi corretto possibile le eventuali problematiche comportamentali.
Attenzione: questo non significa che vi daremo ricette magiche per curare/guarire/riabilitare un cane, perch non  assolutamente possibile intraprendere un percorso del genere senza conoscere da vicino il singolo soggetto.
Quello che pu fare un libro  solamente aiutare a capire, sempre nei limiti del possibile, le motivazioni di un certo comportamento: e questo abbiamo cercato di ottenere, certi che possa essere gi un passo importante verso un migliore rapporto col cane e verso la soluzione di alcuni comuni problemi, che andranno comunque affrontati sempre e solo dal vivo, con l'aiuto di un (vero!) esperto.
Buona lettura!


Le logiche degli abbinamenti.

All'inizio della celeberrima Carica dei 101, Walt Disney ha dipinto egregiamente la somiglianza fisica che spesso si nota tra cani e proprietari: la signora un po' snob con la barboncina, la tipa dinoccolata col levriero afgano e cos via. Se abbiamo sorriso tutti vedendo quella scena, per, non  stato soltanto per la simpatia dell'animazione:  stato soprattutto perch ci sono venuti subito in mente altrettanti esempi reali, in carne e ossa. Chi non conosce almeno un signore robusto con relativo bulldog, o una signora anziana e rugosa con lo shar pei?
E poi ci sono gli abbinamenti non prettamente fisici, ma altrettanto immediati: il tipo un po' truzzo col molossone, o magari la ragazzina con cane lupo cecoslovacco al guinzaglio, laddove manca soltanto una mantellina rossa per rievocare alla perfezione la favola di Cappuccetto.
Gli umani scelgono molto spesso cani che in qualche modo gli somiglino fisicamente o, diciamo cos, spiritualmente. D'altronde  anche normale che quando si cerca un compagno di vita si cerchino delle affinit. C' pure il detto il simile chiama il simile (e c' anche chi si somiglia si piglia).
Esiste, per, anche un altro detto, forse ancor pi celebre, sugli opposti che si attraggono.
Insomma, tutto e il contrario di tutto.
E ci che vale per gli umani vale anche per il rapporto cane-uomo. Al mio centro cinofilo, tanto per dire, posso vedere ogni giorno esempi di entrambi i tipi: il ragazzone tutto muscoli e tatuaggi col cane atletico e dinamico? Ce l'ho, anzi ne ho due (malinois in un caso, amstaff nell'altro).
La signora elegante con l'elegantissimo alano? Ce l'ho.
Ma ho anche la coppia di signori decisamente belli robusti, di quelli che appena li vedi ti aspetti come minimo un mastino napoletano al seguito... e che invece hanno adottato, nell'ordine: un chihuahua, una meticcetta sui sette chili ( il loro cane grande) e un altro cucciolo meticcio che io chiamo lo schnauzerotto, ovvero faccia da schnauzer con tanto di barba, baffi e sopracciglia... e corpo da bassotto, il tutto racchiuso in meno di tre chili di cane.
Simili e opposti, dunque, si attraggono... ma non proprio in ugual misura, direi: se non ho dati statistici per quanto riguarda l'attrazione tra umani, quando parliamo di cani e umani sono abbastanza certa che i simili si attraggano decisamente di pi.
La domanda successiva, per,  questa: si attraggono perch sono gi simili, oppure diventano simili col tempo? Ovvero, la convivenza influisce sulla convergenza (o meno) di certe caratteristiche?
La risposta  scontata per chiunque conosca un po' di binomi cane-uomo: oh, s! C' un evidentissimo influsso del carattere, del temperamento e degli atteggiamenti umani sui corrispettivi canini.
L'ansioso ha quasi sempre cani che vivono in un perenne stato di allerta; l'arrogante ha cani ringhiosi/abbaioni; il tipo amichevole ha molto spesso cani che fanno le feste anche ai ladri.


Il cane come rivoluzione e come rappresentazione.

Risulta un po' meno facile intuire quanto spesso (e posso assicurarvi che accade molto spesso)  invece il cane a poter cambiare - anche radicalmente - l'uomo.
L'esempio pi eclatante  dato sicuramente dalla pet therapy, ovvero delle attivit assistite con gli animali, che hanno il potere di calmare ansie e depressioni e che in diversi casi sono riuscite addirittura a migliorare sensibilmente situazioni serissime come quelle dei bambini affetti da autismo, ma anche nel normale quotidiano vediamo ogni giorno casi di vite rivoluzionate dall'arrivo di un cane... nel bene e nel male.
Purtroppo s: anche nel male.
Restando nuovamente solo nel mio campo... ce l'ho entrambe, le situazioni: ho la signora di mezza et arrivata depressa e letteralmente rinata da quando ha cominciato a fare attivit sportiva col cane, ma ho pure la coppia ex-felice che per colpa di un cane problematico era arrivata sull'orlo del divorzio (pericolo che spero ormai scongiurato, ma ci stiamo ancora lavorando).
Tutto questo dimostra quanto siano molteplici e complesse le interazioni psichiche, se cos possiamo definirle, tra cane e uomo. Sicuramente alcune di esse balzano agli occhi pi di altre, dando origine a dicerie e leggende varie su chi sceglierebbe chi.
Di solito, infatti, si finisce rapidamente per generalizzare: dopo aver conosciuto magari un paio di abbinamenti di un certo tipo, si pensa che tutti i tipi X di umano scelgano per forza il cane Y.
Il risultato  che chi ha scelto il cane Y, ma non appartiene al tipo di umano X, si offende a morte (solitamente a ragione): cos nascono infinite discussioni, scanni sui social network... e a volte si rompono addirittura delle amicizie. Questo, insieme al caso delle coppie che scoppiano, la dice lunga sull'influsso che un cane pu avere sulla vita degli umani.
Alcuni esempi molto classici di generalizzazioni:
*  Chi ha un rottweiler, un dobermann o un pit bull (ma anche un dogo argentino e una serie di altre razze toste)  sicuramente uno che ama il cane-arma, che non vede l'ora che il suo cane morda qualcuno, che se potesse farebbe un pensierino anche sui combattimenti ecc.
* Chihuahua e barboni (soprattutto), ma anche maltesi, shih-tzu, bolognesi e altri canetti da compagnia vengono scelti solo da donne o gay.
* Chi ha un levriero dev'essere per forza uno snob.
* E potrei continuare per ore, ma credo che il concetto si sia capito.
Ora, il punto  che evidentemente c' qualcosa di fondato in tutto questo: perch  verissimo che difficilmente il truzzotamarro di turno sceglier il barboncino.
La ragione, molto spesso, non sta tanto nella razza in se stessa, quanto nel modo in cui viene presentata. Se i media, quando il pit bull  arrivato per la prima volta in Italia, non l'avessero dipinto come cane da combattimento con una potenza mascellare di millemila chili (tra l'altro, ricordiamo che nessuno ha mai misurato la potenza mascellare di nessun cane al mondo!), ma come un cane dalle eccezionali doti psicofisiche e atletiche, probabilmente alcune persone non se ne sarebbero sentiti cos attratti.
Per la stessa ragione, se i media pubblicassero pi spesso foto di chihuahua che fanno agility (ce ne sono tanti!) anzich immortalare sempre e solo la divetta di turno col cane in borsetta, forse vedremmo meno cani bambinizzati e pi cani di piccola taglia che fanno i cani.
Come sempre, insomma, alla base di tutto c' la mancanza di cultura cinofila, o una visione distorta della stessa.


Dalle affinit ai fraintendimenti.

 comunque indubbio che esistano anche affinit elettive vere e proprie tra certi tipi di persone e certi tipi di cane: se cos non fosse stato - probabilmente - fin dai tempi della domesticazione, non credo che oggi avremmo oltre 400 razze canine.
Per le funzioni utilitaristiche ne sarebbero bastate una quindicina, a dir tanto: un paio da guardia, una da difesa, una da guardiana e un'altra da guida del gregge, un bovaro, due o tre razze da compagnia (piccola, media e grande) e un po' di cani da caccia (uno da pista, uno da ferma, uno da riporto, uno da tana).
Sicuramente la moltiplicazione delle razze  sempre stata legata al desiderio di farsi il cane su misura, assai pi che a quello di avere un cane utile per un certo lavoro.
Quindi, s: tale cane, tale padrone  una frase che ha indubbiamente senso.
Poi magari sarebbe meglio evitare di generalizzare e di arrivare al tutti i cani fatti cos hanno padroni fatti cos: perch io, per esempio, ho un rottweiler e ho avuto due terrier di tipo bull (quindi sarei truzzotamarra), ma in passato ho avuto anche un maltese e diversi bassotti (quindi sarei sciuramaria, oppure gay: ma maschio, perch le donne gay scelgono cani pi tosti).
Ho avuto (anzi, ho allevato) siberian husky (snob che cerca il cane-status-symbol, oppure maniaca degli sport estremi, a scelta) e pastori tedeschi (tipa banale che va sul sicuro), nonch diversi meticci adottati o raccattati (persona con la sindrome della crocerossina).
Se fosse vero tutto ci, evidentemente sarei soggetta a gravissime crisi di identit.
Detto questo, tutti - ma proprio tutti, qualsiasi cane abbiamo in casa - non dovremmo mai accontentarci del ci somigliamo e quindi ci siamo presi, e a posto cos.
Dovremmo anche cercare di capire che se noi diamo tanta importanza a queste affinit, il cane invece  sempre e soprattutto un cane. Ovvero un essere diverso da noi, con una sensibilit diversa, con emozioni e pensieri diversi che sarebbe bene conoscere, almeno a grandi linee, prima di fraintendere clamorosamente tutto ci che lo riguarda.
Ho visto con i miei occhi una signora, al pet shop, mostrare al chihuahua due vestitini e chiedergli di scegliere quello che preferiva.
Ho visto in una trasmissione televisiva (orrore!) una festa di matrimonio tra cani, con tutti gli invitati a quattro zampe vestiti a tema (il tema era l'Oriente e si vedevano musi stravolti, in alcuni casi terrorizzati, emergere in mezzo ai veli degli abiti da odalisca). Ovviamente anche gli sposi erano vestiti per l'occasione, lui in frac e lei con l'abito bianco.
Queste terrificanti antropomorfizzazioni (e molte altre: anche il semplice pensare che il cane lasciato solo abbia fatto la pip in casa per dispetto, quando non  fisiologicamente in grado di fare dispetti) sono il risultato della scarsa, scarsissima conoscenza dei meccanismi della mente canina.
I conseguenti fraintendimenti spesso sono alla base di vere e proprie tragedie (dal divorzio dei proprietari a decisioni ancor pi terribili, come quella di scegliere l'eutanasia per il cane problematico): per questo sarebbe meglio chiarirsi un po' le idee e cercare di capire cosa e soprattutto come pensa il cane.
Eppure tutto considerato, Mr. Bones era un cane. Dalla punta della coda all'estremit del muso, era un puro esempio di canis familiaris e, quale che fosse la presenza divina che ospitava nella sua pelle, era in primo luogo soprattutto quello che sembrava che fosse. Mr. Bau Uau, Monsieur Uof Uof, Sir Bastardo. In un bar di Chicago, quattro o cinque estati prima, con un movimento di coda, l'aveva messa gi cos a Willy, molto semplicemente: Vuoi sapere qual  la filosofia di vita di un cane, amico? Te lo dico io. In una frase sola: Se non puoi mangiarla o scoparla, pisciaci su.
P. Auster (1999), Timbuktu


Diversa... mente.

Che cosa pensa il nostro fedele Fido mentre dalla sua brandina ci guarda con aria annoiata? Perch quando disintegra un cuscino poi fa la faccia colpevole?
Non  raro, anzi  decisamente all'ordine del giorno, lavorando con i cani e i loro proprietari, imbattersi in frasi del tipo lui si accorge sempre del mio stato d'animo, oppure ogni volta che lo lascio solo mi fa dei dispetti,  geloso di me, si vergogna...
Da sempre ci affascina l'idea di una convergenza mentale con il nostro compagno a quattro zampe, o meglio l'idea che, sebbene cos diversi, possiamo pensare e vedere le cose allo stesso modo. L'attribuzione al cane di stati mentali prettamente umani rappresenta un pregiudizio molto comune, oltre a essere spesso causa di fraintendimenti fra le due specie (umana e canina) e di problemi di convivenza pi o meno grandi.
L'origine del malinteso sta nel nostro inguaribile antropocentrismo? Nella nostra voglia inesauribile di capire che cosa pensa di noi e del mondo il nostro amico a quattro zampe?
Forse il centro della questione  proprio qui: la volont di sapere cosa pensa piuttosto che di capire come pensa.
Beh, in effetti nessuno ce lo spiega o ce lo insegna, n a scuola, n a casa, n tantomeno in tv o al cinema, dove anzi l'immagine del cane  sempre abbinata a pensieri, emozioni e cognizioni tipicamente umane.
Ma cerchiamo di fare un po' di chiarezza. Siamo uguali o diversi? Cominciamo dalle basi.
Il cane possiede una mente? S.
Un'intelligenza? S.
Pensa? S.
 in grado di provare emozioni? S.
 capace di comunicare? S.
Quindi  proprio uguale a noi? No.
In effetti, la questione delle differenze fra mente umana e canina pu essere gi in parte dipanata attraverso un'analisi pi accurata della terminologia.
La parola mente, comunemente impiegata per definire in modo generale la sede delle attivit intellettive,  un termine impiegato (e qui cito testualmente il vocabolario Treccani) per definire Il complesso delle facolt umane che pi specificamente si riferiscono al pensiero, e in particolare quelle intellettive, percettive, mnemoniche, intuitive, volitive, nella integrazione dinamica che si attua nell'uomo.


Il modello stimolo-risposta
di Lorenzo Pergolini.

Negli studi sul comportamento, il concetto di risposta condizionata  la chiave del cosiddetto modello stimolo-risposta. Indica un'azione che se rinforzata, ovvero in qualche modo premiata, l'animale compie con maggiore frequenza.
Un esempio pu essere quello del cane che, in presenza di un oggetto (stimolo) magari per annusarlo lo tocca casualmente col naso (risposta) e immediatamente riceve del cibo (rinforzo).
Dopo alcune ripetizioni casuali della sequenza stimolo-risposta-rinforzo, il cane stabilisce un'associazione e aumenta i contatti naso-oggetto. Se la cosa continua a ripetersi, lo stimolo finisce per acquisire un significato ben preciso per il cane e l'azione (risposta) diviene appresa (condizionata).
Il grande psicologo statunitense Burrhus Skinner, uno dei maggiori esponenti del comportamentismo (vedi il box a pagina 112), verso la met del secolo scorso sosteneva di poter spiegare in termini di stimolo-risposta quasi tutte le facolt mentali animali (compreso quelle dell'uomo).
Nei decenni successivi questo approccio  stato integrato coi risultati di nuove ricerche e messo in discussione perch eccessivamente rigido e semplificatorio.
Per nell'ultimo decennio si sente sempre pi spesso parlare di mente del cane, e per quanto suoni un po' dissertazione antropocentrica sulla misteriosa capacit di Fido di capire esattamente quando sono incazzato e quando no, l'espressione rende abbastanza bene l'idea che anche il cane possieda facolt mentali che vanno oltre quelle necessarie ad attuare puri comportamenti istintivi e semplici risposte condizionate.
Con questo non dico che i cani possiedano facolt intellettive paragonabili a quelle umane, n che la loro intelligenza sia inferiore, uguale, o superiore alla nostra o a quella di alcuni primati non umani. Ci che suggerisco  anzi che, per inquadrare la questione nella giusta prospettiva, bisognerebbe per prima cosa iniziare a familiarizzare con il concetto di diverso.
Perch, ebbene s, la loro mente  diversa dalla nostra. Diverso  il percorso evolutivo del cane (sebbene a un certo punto, in qualche modo, si  iniziato a interfacciare con il nostro, ovviamente non senza conseguenze), diversa la sua nicchia ecologica.
Per  anche vero che con il cane condividiamo routine quotidiane, numerose e varie modalit di interazione inter-specie, e soprattutto l'ambiente di sviluppo. E questo ha decisamente un suo peso, dato che le funzioni e i processi cognitivi sono plasmati dalla selezione naturale proprio in risposta a problemi incontrati dagli organismi nel loro ambiente di sviluppo.


Perch non parli?

Qualche precisazione in pi va poi dedicata al termine intelligenza. Questo capitolo non  certo la sede per elencare e descrivere tutte le diverse concezioni di intelligenza, termine che non ha ancora una definizione univoca nemmeno in ambito psicologico umano. Mi limito a definirla come un complesso di abilit e funzioni mentali finalizzate a capire, conoscere ed elaborare stimoli interni ed esterni. Una propriet cognitiva che permette di elaborare informazioni ricevute per risolvere problemi nuovi.
Ma qual  un possibile indicatore del possesso di intelligenza? Fino a qualche decennio fa, il conoscere o l'imparare un linguaggio era considerato un segno di capacit intellettive elevate.
Michelangelo, ammirando il suo Mos, estasiato dalle forme tanto realistiche dell'imponente scultura, esclam, colpito da un violento accesso d'ira, la celebre frase: Perch non parli!?.
Anche molti degli allievi della mia scuola di educazione cinofila, descrivendo il proprio cane, esclamano a volte: Che bravo che ... gli manca la parola!.
E per fortuna!, penso io.
D'altronde, noi umani facciamo una gran fatica a pensare che ci sia vita intellettiva a questo mondo a prescindere dai nostri specifici modi di manifestarla, e di egocentrismo umano  piena anche la scienza. Un esempio sono gli studi e le ricerche sulle capacit di linguaggio nei grandi primati.
Se l'oggetto di ricerca sono le capacit intellettive, e se per l'essere umano vale l'equivalenza linguaggio=intelligenza/cognizione, allora si dovrebbe concludere che nessun altro essere vivente all'infuori dell'uomo possiede un'intelligenza.
Il limite di molti studi  stato proprio quello di cercare, come forma di intelligenza negli animali, capacit tipicamente umane. Ma  pur vero che alcune ricerche ci dimostrano che esemplari come Washoe, Sarah o Kanzi (grandi scimmie antropomorfe note per aver appreso una forma di linguaggio paragonabile a quello umano) grazie al linguaggio erano in grado di risolvere problemi pi complessi rispetto ai loro simili. E ci ha fornito una qualche evidenza del fatto che il loro linguaggio artificiale avrebbe avuto una funzione di attivatore cognitivo, secondo l'espressione dello psicologo statunitense David Premack, ovvero avrebbe contribuito a svilupparne l'intelligenza.


Una, due, tante intelligenze.

Gli animali, e fra questi il cane, sebbene privi di un codice linguistico equiparabile a quello umano, con i loro processi cognitivi sono capaci di sofisticati meccanismi di pensiero (attribuzioni, immagini mentali, capacit di risolvere problemi) che denotano senz'altro una forma di intelligenza. Anzi,  facile constatare come il cane possieda almeno tre (forse quattro) delle nove forme di intelligenza individuate dallo psicologo americano Howard Gardner nella sua Teoria delle intelligenze multiple, e nello specifico:
Una forma del tutto personalizzata di intelligenza spaziale, che gli permette di percepire forme e oggetti nello spazio, di accorgersi di dettagli visivi, di orientarsi nello spazio.
Un'intelligenza corporeo-cinestesica: quella che riguarda la coordinazione e il movimento del corpo, e che nel caso del cane presiede a schemi motori che a volte possono essere addirittura pi complessi dei nostri (il cane deve poter coordinare ben quattro arti per la locomozione invece che due, tanto per fare un esempio).
Un'intelligenza interpersonale: pu infatti comprendere i suoi conspecifici e apprendere, in parte, alcuni segnali comunicativi di altre specie (uomo compreso), distinguendo alcune intenzioni ed emozioni.
Pu trarre quindi vantaggio da rapporti interpersonali per creare situazioni a lui favorevoli. In alcuni casi il cane si dimostra un abile manipolatore dei suoi proprietari imponendo loro ritmi, spazi, tempi, attenzioni.
I cani possiedono anche una sorta di intelligenza linguistica, ovvero la capacit di distinguere alcune parole (qualche autore afferma che possano memorizzarne fino a 165). Basti pensare a quando rispondono prontamente ai nostri comandi, oppure corrono da noi se si sentono chiamati per nome. In questo caso mi trovo per a dare ragione a Skinner e colleghi: il cane molto probabilmente associa determinate azioni (o sequenze di esse) ad altrettanto determinati suoni, ma indipendentemente dal significato delle parole corrispondenti a tali suoni. Possiamo infatti agevolmente insegnare al cane a sedersi utilizzando la parola terra, a dare la zampa utilizzando la parola salsiccia, a tornare da noi utilizzando il comando vattene via...


Alka seltzer!
di Valeria Rossi.

Ho avuto, in vita mia, diversi cani capaci di leggere i miei gesti e i miei movimenti al punto da farmi quasi credere che fossero telepatici: nessuno, per, ha mai superato Ektor, un pastore tedesco che obbediva come un soldatino a qualsiasi cosa io pensassi. Lo utilizzavo quindi per insegnare ai miei allievi l'importanza della gestualit, dando al cane ordini come Alka seltzer!, o Confetto Falqui! e ottenendo che il cane si mettesse seduto, a terra, desse la zampa e cos via, tra l'ilarit generale. Bastava che io pensassi seduto!, dopodich potevo dire qualsiasi cavolata: lui eseguiva quello che avevo pensato, e non quello che avevo detto. In realt Ektor non era affatto telepatico: obbediva semplicemente alla mia mimica corporea, che per lui valeva pi di qualsiasi parola.
Anche se in modo meno eclatante, la cosa vale un po' per tutti i cani: per questo  importantissimo che comandi vocali e gestualit non entrino in conflitto. Un esempio tipico: chiamare il cane piegandosi verso di lui. In questo caso la nostra voce dice vieni, ma il nostro corpo, incombendo verso il cane, gli dice fermati, non ti avvicinare.
Il cane, nove volte su dieci, obbedisce al corpo e non alla voce e cos abbiamo moltissimi cani che, al richiamo, accorrono prontamente ma si fermano a un metro buono da noi.
Tutto ci che avviene nella mente del cane non  altro che puro apprendimento di tipo associativo secondo il modello stimolo-risposta illustrato nel box precedente. Basti pensare a espressioni del tipo adesso usciamo alle quali, nel tempo, il cane impara a rispondere con uno stato di eccitazione, con l'andare verso la porta di casa, oppure col cercare di prendere in bocca il proprio guinzaglio appoggiato al solito posto. Il suono di quell'espressione verbale anticipa ogni volta il rituale dell'uscita per la passeggiata, evento decisamente piacevole e gratificante per il cane, e l'associazione ripetuta fra antecedente (suono adesso usciamo) e conseguenza (uscire a fare la passeggiata) determina l'apprendimento. Se per assurdo pronunciassimo quella frase 5-10 volte al giorno senza poi uscire veramente, il comportamento si estinguerebbe.


Specialista del linguaggio del corpo.

Tutt'altra cosa invece possiamo affermare circa le abilit del cane di riconoscimento del linguaggio del corpo relativamente a emozioni e gestione di situazioni sociali: in questo i cani sono dei veri professionisti!
La spiegazione dello sviluppo di questa raffinata abilit comunicativa interspecifica va cercata all'interno di un'ottica evolutiva: la sempre pi stretta convivenza fra uomo e cane a partire dalla domesticazione ha portato le due specie a co-abitare e ci, oltre ad aver assicurato un palese vantaggio ai soggetti meno aggressivi (e quindi pi adatti alla convivenza con l'essere umano), ha prodotto anche una selezione dei soggetti comunicativamente pi competenti.
Vero  che alcuni atti comunicativi, posturali, spaziali o mimico-facciali sono comuni a uomo e cane, anche a prescindere da qualsiasi percorso evolutivo comune. In particolare, determinati segnali corporei, come la fissit o la deviazione dello sguardo, la rigidit muscolare, la postura dominante o quella sottomessa, presentano caratteristiche molto simili anche se paragoniamo l'uomo con il lupo.
Un grande classico dei colloqui con i proprietari ci fornisce un esempio perfetto per comprendere l'eccezionale capacit del cane nel produrre e decodificare il linguaggio del corpo: lo sguardo colpevole al momento del nostro rientro a casa (ovviamente dopo aver svuotato il cestino dell'umido, fatto la pip sul prezioso tappeto persiano o, ancora peggio, aver ridotto un divano in coriandoli).
Lo sa bene di averla fatta grossa, stavolta!!! Appena sono rientrato ha abbassato le orecchie e si  rannicchiato sotto il tavolo con fare colpevole!.
Premesso che il cane non  in grado di associare un evento alle sue conseguenze se queste non si realizzano in un arco temporale misurabile in frazioni di secondo, e sapendo che, come appena accennato, il nostro amico  estremamente abile e allenato a decifrare i messaggi del corpo, se ne deduce che la sua reazione al nostro rientro deve essere causata da altro (a meno che non abbiate il tempismo e la fortuna/sfortuna di rientrare nel momento esatto della distruzione).
Sfido chiunque a non mostrare nemmeno una micro espressione mimico-posturale di fronte alla visione del proprio divano devastato...
Ed ecco, in realt  proprio quella la causa dell'atteggiamento di Fido che, caninamente, penser: Oh mio Dio! Sta per punirmi..., oppure: Deve aver avuto proprio una giornataccia!, o ancora: Eccoci di nuovo con quegli scatti d'ira immotivati!. Per poi concludere: Meglio sottomettersi e stare alla larga!.


L'obbedienza  segno d'intelligenza?

Tornando ai possibili indicatori di capacit intellettive avanzate,  impossibile non soffermarsi sulla presunta corrispondenza fra intelligenza e capacit ubbiditive. Perch per decenni, riferendosi all'intelligenza canina, l'uomo ha commesso - e continua a volte a commettere - l'errore di assimilare il concetto di intelligenza a quello di obbedienza.
Lo studioso americano Stephen Budiansky si  espresso a tal riguardo senza mezzi termini: (...) l'idea di un'intelligenza basata sull'obbedienza  la quintessenza dell'egocentrismo umano.
In effetti,  lecito ipotizzare che sia stato l'uomo a selezionare pi o meno consapevolmente le capacit ubbiditive nel processo di domesticazione del cane. Queste capacit si sarebbero poi evolute nell'animale al fine di ottenere un vantaggio di tipo sociale-affiliativo con il nuovo, convenientissimo compagno umano, pregiato dispensatore di cure, cibo, riparo, calore.
Ma che rapporto hanno con l'intelligenza? Se definiamo l'obbedienza come l'attitudine ad apprendere e svolgere determinati compiti ed esercizi, rispondendo appropriatamente ai comandi, allora  sulle capacit di apprendimento che dobbiamo concentrare la nostra attenzione per chiarire la questione.
La capacit di apprendere, cio di integrare le proprie conoscenze con nuove informazioni per agire con efficacia in situazioni inedite,  in effetti un processo cognitivo che fa parte di quel quadro pi complesso che chiamiamo intelligenza generale. Non  per direttamente proporzionale a quest'ultima, poich dipende anche da altri processi come la percezione, la memoria, il linguaggio, l'attenzione e la motivazione che, specialmente nel caso del cane, pu essere influenzata da questioni legate all'affermazione della propria posizione nella gerarchia.
In conclusione, le capacit di apprendimento rappresentano solamente un aspetto dell'intelligenza generale e di conseguenza questa non  sovrapponibile alle capacit ubbiditive.
Di questa profonda distinzione ebbi un esempio lampante in occasione di una gara di Utilit e Difesa a cui ho assistito. Nelle prove di obbedienza un cane era impegnato in una sequenza di esercizi di condotta, posizioni, riporti, mentre un altro eseguiva un esercizio di terra libero.
Il primo era un preparatissimo Pastore Belga Malinois che, sguardo fisso sul suo conduttore, solcava la linea mediana del campo di gara in una condotta tecnicamente perfetta, esibendo un abbaio di richiesta verso il conduttore talmente regolare da fare invidia a un metronomo.


Gli stupidi cani
di Valeria Rossi.

Ho allevato per quasi trent'anni siberian husky: una delle razze meno ubbiditive dell'intero panorama canino.
Quando questi cani sono diventati - ahim - di moda, gli incauti neo-proprietari che non si erano informati a fondo prima di prendere il cane lamentavano in massa la stupidit dei loro animali, legandola alla disobbedienza cronica, alle fughe a capofitto ignorando ogni richiamo e cos via.
In realt la lunga convivenza con questa razza mi ha profondamente convinto che questi siano tra i cani pi intelligenti del mondo: non hanno uguali nel problem solving, sono capaci di imparare per imitazione meglio di molti altri, sono in grado di cavarsela in duemila circostanze diverse che manderebbero in crisi quasi tutti gli altri cani.
Un esempio per tutti: prima di allevare husky avevo allevato pastori tedeschi, e per la nuova razza utilizzai la stessa struttura e gli stessi box, con le stesse chiusure.
Bene: nessun pastore tedesco era mai riuscito ad aprire la porta di un box, chiusa con un chiavistello: il primo siberian husky ci riusc nel giro di due giorni... e il giorno successivo tutti i cani avevano imparato ad aprire le porte.
Personalmente ho sempre ritenuto che intelligenza e docilit (ovvero desiderio di obbedire all'uomo e prontezza nel farlo) siano abbastanza in antitesi: anche perch, se ci pensiamo bene, la stragrande maggioranza delle cose che chiediamo al cane non hanno alcun senso per lui.
Passa un gatto, e noi: Seduto! Resta!. Che senso ha, per il cane? C' una preda... tutto il suo essere freme dal desiderio di inseguirla, e noi gli chiediamo di stare seduto e fermo?
Ovviamente il cane ci prende per cretini... e se  davvero molto intelligente decider di ignorare gli ordini del cretino e di fare di testa sua.
Dal suo punto di vista ha pienamente ragione!
Sta di fatto che i miei husky - stupidi?!? - riuscivano a fregarmi spesso e volentieri, anche con tecniche cos sopraffine da non riuscire a credere che fossero stati dei cani a metterle in atto. La volta che transit un gregge di pecore vicino al mio cancello, due cani si misero a litigare e io corsi preoccupatissima a dividerli, non accorgendomi che nel frattempo la femmina alpha stava scavando un tunnel sotto la rete. Appena lei fu passata dall'altra parte, i due presunti litiganti si separarono all'istante e tutto il branco part a caccia di pecore, inseguito dalla sottoscritta ululante.
Poteva sembrare solo una coincidenza, ma la volta successiva in cui lo stesso pastore ripass l davanti col suo gregge, gli stessi due cani rifecero l'identica sceneggiata: solo che stavolta mi costrinsi a ignorarli e badai solo alla capa, beccandola sul fatto mentre scavava e cazziandola di brutto. A quel punto i due finti litiganti si fermarono e la cagna alpha mi guard col fumetto sulla testa che diceva porca miseria, perch stavolta non ha funzionato?.
Purtroppo quella  stata una delle rarissime volte in cui fui io a fregare loro.
Il secondo, un Pastore Tedesco, arrivato circa alla met del campo decise di abbandonare l'esercizio, alzarsi e lanciarsi contro il Malinois a tutta birra per tentare di aggredirlo. Giunto sul bersaglio gli sferr un paio di morsi sul fianco finch non fu riacciuffato dal suo conduttore.
Ebbene, il Malinois non aveva smesso di eseguire l'esercizio e di fissare il suo conduttore neanche durante l'aggressione e tutto il parapiglia conseguente. Come se non fosse successo nulla. Aveva perfino rinunciato, o meglio si era dimenticato di scappare o difendersi.
Elevata capacit ubbiditiva. Poca intelligenza.
Un altro pratico esempio (che rimanda al box nelle pagine precedenti) pu servirci per capire ancora meglio il concetto: mettete in un recinto un Siberian Husky, agli ultimi posti nella classifica per capacit ubbiditive, e un Border Collie, fra i primi invece, e state pur certi che l'unico dei due che riuscir a evadere in tempi brevi dal recinto sar il primo, dotato evidentemente di un'intelligenza creativa che  capace di spendere utilmente per risolvere problemi.
A ulteriore riprova della non proporzionalit fra prontezza nell'ubbidire e intelligenza riporto uno dei miei tormentoni da campo di addestramento: Ho un prato, un ostacolo, e due cani. Uno dei cani salta l'ostacolo quando glielo chiedo. L'altro ci passa pacificamente accanto.
Qual  il cane pi intelligente?


Io so che tu sai.

A questo punto, se l'intelligenza non  solamente possedere un linguaggio simil-umano, e non  nemmeno la capacit di apprendere (e di obbedire), che cosa possiamo considerare intelligenza nel cane?
Per tirare le fila del discorso abbiamo ancora bisogno di alcune considerazioni.
Probabilmente la pi marcata differenza fra mondo umano e animale, a livello di mente, risiede nel possesso o meno di quella che in psicologia viene definita teoria della mente o capacit di mentalizzazione.
Si tratta di una capacit sociale abbastanza complessa tramite cui si  in grado di attribuire emozioni, desideri, stati mentali e credenze a se stessi e agli altri, al fine di prevedere intenzioni e comportamenti. Per semplificare, potremmo definirla la capacit di pensare che gli altri pensano.
Rappresenta ovviamente una capacit infinitamente utile, soprattutto nelle relazioni sociali, ma che sembra essere presente solo nell'uomo e, in qualche forma, in alcuni primati antropomorfi.
Oltretutto, neanche noi esseri umani nasciamo dotati di tale capacit, ma la acquisiamo durante lo sviluppo, intorno al quarto anno di et secondo i risultati degli studiosi austriaci Heinz Wimmer e Josef Perner. A loro si deve l'ideazione dell'esperimento noto come test della falsa credenza, in cui al bambino viene raccontata pi o meno cos questa storia: un bimbo di nome Max mette la sua cioccolata nell'armadio verde ed esce per andare a giocare; nel frattempo la mamma sposta la cioccolata in un altro armadio, blu.
Dove cercher Max la cioccolata al suo ritorno? I bambini di tre anni rispondono che Max la cercher nell'armadietto blu, dando prova di non essere in grado di attribuire a Max una falsa credenza rispetto alla realt.
Ci prova che fino ai quattro anni i bambini non sono in grado di attribuire ad altri pensieri, credenze e conoscenze diverse dalle proprie.


L'arte dell'inganno tra realt e leggenda.

Nell'essere umano la capacit di mentalizzazione prevede anche una forma fredda di teoria della mente, impiegata con finalit ingannevoli e manipolatorie. La capacit di mentire e ingannare  quindi in qualche modo correlata al possesso della capacit di lettura delle intenzioni altrui.
D'altra parte,  risaputa e comprovata in alcuni (molti) animali la capacit di ingannare, e questo lascerebbe supporre che saper ingannare equivale a comprendere lo stato mentale altrui: ma questa correlazione in realt non  poi cos ovvia e lineare.
Cominciamo con l'escludere dalla lista dei comportamenti animali ingannevoli tutti quelli connessi con una selezione naturale che ha prodotto apparenze ingannatrici, come per esempio i colori sgargianti dell'innocuo serpente falso corallo (Anilius Scytale) che imita la livrea del ben pi pericoloso serpente corallo (Micrurus Fulvius), o alcuni occhi finti presenti sulle ali di talune farfalle, utilizzati per spaventare potenziali predatori.
Sono stati documentati in natura numerosi casi di comportamenti ingannevoli ben pi evoluti, soprattutto, ancora una volta, osservati fra alcuni primati antropomorfi ( curioso notare che quanto pi evolutivamente ci avviciniamo all'essere umano, tanto pi i comportamenti di inganno sono maggiormente strutturati!).
Si parla di inganno tattico, per usare l'espressione dei ricercatori americani Andrew Whiten e Richard Byrne, riferendosi a comportamenti messi in atto da un animale nei confronti di conspecifici con intenti manipolatori per ottenere un vantaggio personale, come per esempio l'accesso a una risorsa limitata (alimentare, sociale, sessuale).
Un esempio sono le femmine di scimpanz che cercano di accoppiarsi con maschi diversi dal capobranco lontano da occhi indiscreti, astenendosi dall'emettere rumorose vocalizzazioni di piacere per non essere scoperte.
Per quanto riguarda i nostri fedeli, sinceri e cristallini amici a quattro zampe, sono riportati innumerevoli episodi di inganno tattico, anche e soprattutto nei confronti dell'umano. Posso testimoniarne qualcuno in prima persona. Per esempio, ricordo benissimo Asia, la mia prima femmina di Levriero Afghano, che, a seguito di una vera, fastidiosa otite, continu per mesi a esibire comportamenti tipici del cane con otite (grattarsi l'orecchio con insistenza, strofinare la testa su qualsiasi superficie di casa in maniera insistente) sebbene fosse perfettamente guarita, per farsi accudire e coccolare dai miei genitori che a ogni esibizione correvano allarmati a vedere che cosa stesse succedendo.
Racconti puramente aneddotici testimoniano finte zoppie nei cani o comportamenti ingannevoli apparentemente machiavellici, come lo Springer Spaniel di una cliente che, abbaiando di fronte alla porta faceva alzare dalla poltrona la proprietaria, convinta che il cane stesse chiedendo di uscire, al solo fine di impossessarsi della poltrona stessa.
Ecco, aneddoti e racconti come questi contribuiscono a inculcare negli antropomorfisti pi incalliti la convinzione che il cane possieda una qualche forma di teoria della mente. Per rigore scientifico (e buon senso) posso decisamente affermare, fino a prova contraria, che i cani, la teoria della mente, non la posseggano proprio.
La mia affermazione si appoggia innanzitutto sul fatto che centinaia di aneddoti non forniscono mai, e dico mai, un'evidenza scientifica; e in secondo luogo sul sempre valido principio logico-filosofico del Rasoio di Occam:  inutile formulare pi ipotesi di quelle strettamente necessarie alla spiegazione di un dato fenomeno. Ovvero, non vi  alcun motivo di complicare una cosa semplice. E, a guardarli bene, gi i due esempi sopra citati di machiavellici cani ingannatori potrebbero essere serenamente spiegati attraverso un'interpretazione di tipo comportamentista: i comportamenti presunti ingannevoli sono in realt puri e semplici apprendimenti associativi generati da circostanze fortuite.
Asia, in realt, aveva associato quei comportamenti a un forte rinforzo di tipo sociale, una serie inusuale e decisamente extra di coccole, attenzioni e vocine smielate, a lei molto gradite.
Asia continuava a mostrare grattate e strofinio per ricevere quel tipo di rinforzo. La cosa smise gradualmente fino a estinguersi semplicemente ignorando le sue cerimonie di finto dolore.
Lo stesso era valso per l'intrepido Spaniel: aveva imparato a grattare la porta probabilmente a seguito di circostanze fortuite nelle quali fra la reale richiesta di uscita e l'uscita, tempo per la proprietaria di fare pip, mettersi le scarpe, rispondere al telefono e trovare il guinzaglio disperso per casa, il cane aveva avuto pi volte l'occasione di salire sull'ambita poltrona.
Anche in questo caso, ignorare la richiesta produsse una graduale estinzione del comportamento.
Anche in questo caso, Guglielmo di Occam aveva ragione.


Una mente che pensa e una mente che sente.

Abbiamo indagato finora differenze e parallelismi tra la mente del cane e quella dell'uomo. Ma prima di tirare le somme, sempre ammesso che ci siano somme da tirare,  bene precisare che ci siamo riferiti solamente a un lato della mente umana e canina, e cio la mente che pensa.
Lo psicologo statunitense Daniel Goleman ci fa infatti notare che possediamo ben due menti: oltre alla mente che pensa, ne abbiamo una che sente, la cosiddetta mente emozionale. E per citarlo testualmente: Queste due modalit della conoscenza, cos fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita mentale .
Ci complica ancora un po' le cose, ponendoci nuove domande: anche i cani hanno una mente emozionale? Provano emozioni come le nostre? Possiedono quella che chiamiamo intelligenza emotiva?
Facciamo un salto indietro (mooolto indietro). L'uomo condivide con tutte le specie (purch dotate di un sistema nervoso abbastanza sviluppato) una porzione del Sistema Nervoso Centrale che sottende a funzioni primarie di sopravvivenza oltre che a reazioni e riflessi. Regola cio funzioni, dette vegetative, che sono in genere al di fuori del controllo volontario, come respiro, metabolismo, funzioni viscerali, ciclo veglia-sonno. Questa parte del cervello, che corrisponde al tronco encefalico, per il suo carattere primitivo  stata definita cervello rettiliano dal neuroscienziato americano Paul MacLean.
Nei mammiferi, nel corso dell'evoluzione, sopra al tronco encefalico si evolse un'ulteriore struttura, il sistema limbico, sede tra l'altro dei centri emozionali, della memoria e dell'apprendimento. E su questo, successivamente, si svilupp la corteccia, sede delle funzioni cerebrali superiori.
Le strutture cerebrali che si sono sviluppate sul primitivo cervello rettiliano permisero ai mammiferi di uscire da schemi rigidi e stereotipati di risposta di fronte a stimoli esterni e di effettuare scelte pi intelligenti, nel senso di pi favorevoli all'adattamento all'ambiente.
Tradotto in termini pi semplici, dallo studio dell'evoluzione del Sistema Nervoso Centrale dei mammiferi emerge chiaramente che la mente pensante si  evoluta dalla mente emozionale, e questo lascia supporre l'esistenza di uno strettissimo legame fra cognizione ed emozione.
Per tornare ai cani, essi possiedono tronco encefalico e sistema limbico, proprio come gli esseri umani, e che siano in grado di provare emozioni  fuori dubbio.
Non solo: il cervello emozionale, nei cani come nell'uomo, ha spesso la meglio sulle funzioni superiori (di cui  responsabile la corteccia) come memoria, apprendimento, capacit di risolvere problemi, percezione e azione. E, di conseguenza, ha un ruolo decisivo nel determinare il comportamento.
 ancora Goleman a fornirci una definizione estremamente chiara di quello che viene chiamato sequestro emozionale: la situazione in cui l'amigdala, un centro del sistema limbico deputato alla gestione delle emozioni (in particolar modo della paura), lancia un mayday perentorio a tutto il resto del cervello imponendo le proprie priorit (solitamente legate a questioni di sopravvivenza) anche alle funzioni di ordine superiore.
Il segnale inviato dai centri emozionali viaggia su un canale pi veloce e diretto. L'elaborazione corticale arriva un pochino dopo a modulare il comportamento, ovvero a produrre una risposta pi ragionevole.
Possiamo meglio comprendere l'interazione e la reciproca influenza fra sistema limbico e corteccia pensando per esempio agli episodi di aggressivit reindirizzata del cane (cio rivolta a un terzo incomodo che non ne  il fattore scatenante). Qui  utile citare un altro tormentone da centro cinofilo (o anche da area cani): due cani iniziano ad azzuffarsi per un motivo qualsiasi e l'intrepido proprietario decide di metterci le mani in mezzo, per separarli.
Nella migliore delle ipotesi si prender una pinzata sulle mani (il sistema limbico ha lanciato il mayday e produce una reazione aggressiva generalizzata). Per difficilmente il cane continuer ad accanirsi sull'intrepido proprietario una volta accortosi che sta mordendo dalla parte sbagliata (perch a quel punto l'informazione  arrivata anche alla corteccia, che dice: no no, questo proprio non si fa!)... il tutto a patto che nel frattempo la rissa sia terminata.
Il fatto che emozione e cognizione siano strettamente correlate  oltretutto comprovato da specifici esperimenti condotti nella prima met del secolo scorso, quando sulla vivisezione ci si faceva ancora ben pochi scrupoli.
Gli americani Walter Cannon e Sydney Britton hanno dimostrato che cani (e gatti) a seguito di rimozione chirurgica della corteccia cerebrale mostrano comportamenti estremamente eccitabili e aggressivi di fronte a stimoli anche lievi o in assenza di stimolo. Ovvero, si manifesta unicamente la risposta emozionale, primitiva.
Come risulta dagli studi di Heinrich Klver e Paul Bucy, animali che invece subiscono la rimozione bilaterale dell'amigdala presentano un quadro caratteristico di sintomi come l'appiattimento emotivo (mancanza di segnali di paura o rabbia anche di fronte a stimoli che normalmente scatenano una risposta automatica e involontaria), placidit nei confronti dell'uomo e degli altri animali, cecit psichica (dimostrata da iperoralit: il cane  in grado di distinguere le propriet degli oggetti che vede, ma non riesce a riconoscerli e per questo tende ad afferrarli con la bocca per arrivare all'identificazione che gli sfugge), ipersessualit.
In tempi pi recenti Ann Butler e William Hodos, anch'essi americani, hanno potuto constatare che la lesione dell'amigdala distrugge anche alcune capacit di apprendimento e l'acquisizione di risposte emozionali condizionate.
Tutte queste informazioni confermano la compresenza nel cane, come nell'uomo, di una mente che pensa e una mente che sente.


Noi e le sue emozioni.

I cani, dunque, possiedono una mente emozionale e provano emozioni alla stregua dell'essere umano. Ma quali? Le provano davvero tutte?
Studi e ricerche, a partire da Darwin in persona, ci forniscono evidenze sulla presenza di un ampio repertorio emozionale nei nostri amici a quattro zampe. Siamo certi che provino gioia, rabbia, paura, tristezza, sorpresa e disgusto.
Ce lo confermano quotidianamente i nostri cani reagendo con espressioni facciali e posturali di fronte a stimoli diversi (premi, rimproveri, minacce); anche se non sempre noi siamo in grado di decifrare correttamente queste espressioni.
Un recente articolo apparso sulla rivista specialistica Behavioural Processes avvalora comunque l'ipotesi secondo cui l'uomo, oltre a essere in grado di comprendere le emozioni di un suo simile,  in grado di decifrare con buona correttezza le espressioni emotive del cane.
Questo per vale soprattutto per espressioni come la gioia, la rabbia, la tristezza e la paura, mentre restano basse le corrispondenze per la sorpresa (solo il 20% degli intervistati l'ha riconosciuta) e il disgusto (13% degli intervistati), di pi difficile interpretazione.
Chi ha familiarit con un cane  risultato ovviamente pi competente in tal senso rispetto a chi non ne ha.
Da una ricerca che ho recentemente effettuato con bambini fra i 6 e gli 8 anni  emerso che, in questa fascia d'et, quelli sottoposti a un piccolo training di 5 ore (2 ore di lezione frontale sul linguaggio del cane pi 3 ore di attivit educativa assistita con il cane), effettuato in presenza di un cane all'interno della classe, sono significativamente pi competenti rispetto ai loro coetanei, indipendentemente dal possedere o meno un cane a casa (questo ci fa ipotizzare che possiamo apprendere a decodificare in maniera efficace il linguaggio emozionale del cane... a patto che qualcuno ce lo insegni).
Non esistono prove, invece, circa la presenza nei cani di emozioni che non siano primarie, ovvero emozioni pi complesse, con una forte componente sociale e che prevedano il possesso di una teoria della mente. Mi riferisco a emozioni secondarie come vergogna, gelosia, colpa, disprezzo, orgoglio, che possono essere modellate culturalmente e presuppongono autoconsapevolezza.
Mark Twain ci dice che l'uomo  l'unico animale ad arrossire e a vergognarsi. Ed  pure l'unico che ne ha bisogno.
Anche in questo caso la psico-cinologia del senso comune ci fornisce fiumi di aneddoti di cani gelosi, che si vergognano, che si sentono in colpa.
Premessa l'assenza di evidenze scientifiche a riguardo, possiamo spiegare secondo un criterio ancora una volta di semplicit alcuni comportamenti che a queste emozioni prettamente umane assomigliano tanto.
Per esempio, prendiamo la considerazione tipica di un proprietario che riferisce che il suo cane  geloso perch ogni volta che si abbraccia con la moglie si mette in mezzo quasi per separarli.
 vero, a ogni abbraccio il gelosone si mette in mezzo, non possiamo negarlo.
Mettersi in mezzo per  un segnale comunicativo del cane, un segnale detto di calma, che l'animale esibisce in determinati contesti sociali. Usualmente manifestato da un cane maturo e assertivo nei confronti di altri cani che si esibiscono in un litigio non cruento o in un gioco un po' troppo vivace, ha appunto l'effetto di calmare gli altri, di abbassare la tensione. Il risultato  infatti, il pi delle volte, la fine dell'interazione inadeguata.
Il cane esibisce il medesimo comportamento nei confronti dell'essere umano, o meglio della coppia di esseri umani che si abbracciano. In realt lui pensa: accidenti, quei due si stanno agitando un po' troppo, meglio riportare ordine nel branco.
Ma perch il cane non estingue questo comportamento arrivando a capire che non si tratta di una vera lite?
Possiamo ipotizzare due possibili spiegazioni.
Innanzitutto, perch il suo atto comunicativo si dimostra efficace, in quanto realmente riesce a interrompere l'abbraccio nella maggior parte dei casi.
In secondo luogo, perch  molto difficile che lo estingua per assuefazione, a meno che non viva in una comune fricchettona peace and love dove tutti ripetutamente si abbracciano ogni volta che si incontrano per casa.
Anche la vergogna risulta essere un sentimento fuori dalla portata del cane, ma anche qui basta parlare con qualche cliente e digitare su Google cane che si vergogna per scoprire che  comune credenza attribuire questo stato emotivo ai nostri amici pelosi.
Nell'essere umano la vergogna appare nel repertorio emotivo fra il secondo e il terzo anno di vita, contestualmente allo strutturarsi di una buona competenza linguistica, e ci fa supporre che esista innanzitutto una stretta relazione fra la padronanza del linguaggio e questa emozione cos complessa.
Lo studioso dello sviluppo infantile Michael Lewis ci dice che per la comparsa della vergogna (cos come dell'orgoglio)  anche necessaria la capacit di consapevolezza oggettiva del s, ovvero il saper valutare se stessi in rapporto agli altri.
Perci la vergogna viene definita come un'emozione secondaria, di carattere sociale (mentre, per esempio, la paura  un'emozione primaria di difesa) che per di pi presuppone la coscienza di un orizzonte temporale comprendente, oltre al presente, il passato e il futuro. Quando si prova vergogna si ha infatti il timore di perdere la faccia (nel futuro) o il dispiacere di averla persa (nel passato).
Posto che linguaggio, senso del s e coscienza delle dimensioni temporali vanno ben oltre le potenzialit cognitive del cane, non esistono a oggi evidenze circa sue manifestazioni della vergogna e probabilmente non ne esistono davvero.


Una maltese allo specchio
di Valeria Rossi.

Tra le mie varie pazzie cinofile annovero anche il possesso di una maltese, Tatiana: una vera pazzia perch tenere in ordine un maltese da esposizione  un lavoro a tempo pieno... e diciamo che avrei potuto scegliere momenti migliori per prenderne uno, visto che la acquistai quando il mio, di cucciolo, aveva circa un anno e di tempo libero me ne lasciava ben poco (anche perch avevo altri 15 cani, oltre al figlio).
Comunque, mia madre si offr di pensare lei a spazzolare quotidianamente il cane (che peraltro era ufficialmente suo)... e il risultato fu che a un certo punto Tatiana si trasform in una specie di cespuglio inestricabile, tale da rendere obbligatoria una tosatura.
A seguito di questo drastico cambio di immagine accaddero due cose: la prima fu che Tatiana venne morsa da una femmina husky (sua amica) che non l'aveva riconosciuta e che la prese probabilmente per un gatto, almeno finch lei non fece CAIN!!!; la seconda fu che lei stessa si abbai furiosamente allo specchio di casa, prima di accorgersi dell'equivoco... dopodich non si pu certo dire che espresse un giudizio negativo sulla sua nuova acconciatura, n che si vergogn del pelo corto: per la faccia da ops, mi sono abbaiata da sola: che figuradim... decisamente la fece!
Gli aneddoti pi comuni hanno sempre spiegazioni plausibili alternative che confermano questa ipotesi.
Uno su tutti  il racconto del cane che, dopo una tosatura, si vergogna per periodi pi o meno lunghi (dai 5 minuti alla mezz'ora).
Pensare che manifesti uno stress pi o meno grande subito durante la tosatura  forse la spiegazione pi logica.
 plausibile ipotizzare anche che, soprattutto se la differenza di pelo fra il prima e il dopo la tosatura  marcata, il cane percepisca per i primi momenti una sensazione diversa del suo corpo (il cane, come abbiamo visto, possiede una qualche forma di intelligenza corporeo-cinestesica). Il cane quindi pu tendere a nascondersi, a chiudersi un po', a mettere in atto comportamenti evitanti, atteggiamenti tipici della vergogna umana.
Quindi, perch non possiamo definirla vergogna?
Perch manca la componente di base della vergogna, ovvero la mentalizzazione del giudizio degli altri o di se stessi.
Tradotto in termini pi semplici: al cane non importa assolutamente niente di quello che pensano di lui, tantomeno esprime giudizi negativi su se stesso.


L'annoso tema dell'empatia.

Rimanendo in tema di emozioni e di mente emozionale,  inevitabile una riflessione su uno degli aspetti fondamentali della psicologia delle emozioni: l'empatia.
Questo termine viene spesso stra-abusato e infilato qua e l nei discorsi cino-psicologici. Non  raro sentir dire (o leggere) che il cane ha la capacit di empatizzare col proprio padrone, o con chiunque altro.
Tale argomento viene smisuratamente speso soprattutto nei contesti dove si parla di pet therapy, asserendo che la capacit empatica del cane nei confronti dell'uomo sia alla base dell'efficacia terapeutica della relazione uomo animale.
Ohim, i cani non empatizzano, o quantomeno non nel senso umano del termine.
Per quanto riguarda l'immenso valore terapeutico della relazione uomo-cane, il nocciolo della questione sta nella direzionalit dell'empatia.
Mi spiego meglio. L'uomo  perfettamente in grado di empatizzare con l'animale, e non viceversa, o meglio, non come comunemente si pensa.
Semplificando ancora, noi siamo in grado di ricevere il meglio da loro e loro, direi per fortuna, non sempre riescono a prendere il peggio da noi.
Ma facciamo un passo indietro.
Che cos' l'empatia?
Di origine greca, la parola empatheia significa "sentire dentro". Nell'uomo, essere empatico, significa comprendere appieno i sentimenti altrui, ma non solo: significa anche sentirli, provarli insieme a qualcun altro.
In realt quello di empatia  un costrutto ben pi complesso. Si possono infatti distinguere empatia cognitiva ed empatia emozionale.
L'empatia cognitiva  quella che si ha nel momento in cui un individuo prova a immaginare le emozioni e i sentimenti di un'altra persona deducendoli da elementi osservabili come il comportamento o il contesto, oppure attraverso un ragionamento di tipo logico-razionale.
Per definire l'empatia emozionale  invece esaustiva l'espressione impiegata da Goleman, ovvero contagio emotivo, che si manifesta nel momento in cui proviamo la stessa emozione della persona che abbiamo davanti.
La scienza collega l'empatia alla capacit di imitazione e questa alla presenza dei cosiddetti neuroni specchio, oggetto di innumerevoli ricerche da quando sono stati individuati, nei primi anni Novanta. Si tratta di una particolare classe di neuroni motori presenti in varie aree cerebrali che si attivano sia quando una persona compie un'azione, sia quando la vede fare da altri. Si ritiene perci che essi non solo rendano possibile il fondamentale meccanismo dell'apprendimento per imitazione, ma siano decisivi anche nei processi di riconoscimento delle emozioni altrui, nel senso che ci permettono di sentire un'emozione che vediamo espressa sul volto di un altro attraverso una sorta di imitazione interiore.
Parliamo di quel meccanismo che ci fa piangere al cinema se assistiamo a una scena molto triste, o percepire quasi la sofferenza del pugile che riceve un gancio ben piazzato quando lo vediamo dal vivo o in tv.
Ad oggi, secondo le ricerche,  stata dimostrata la presenza di questi neuroni solamente nell'essere umano, nei primati antropomorfi e in alcuni uccelli.
Ma allora il cane non  capace di empatia?
Se pensiamo a quella che viene definita empatia cognitiva, la risposta  no, non fosse altro perch la sua presenza presupporrebbe il possesso della teoria della mente. Se parliamo invece di contagio emotivo, possiamo far valere il beneficio del dubbio, in mancanza di evidenze scientifiche, perch ne  osservabile in alcuni casi la manifestazione durante le interazioni uomo-cane.
Il percorso evolutivo condiviso fra uomo e cane e la domesticazione hanno certamente influito sullo strutturarsi di sistemi comunicativi efficacemente raffinati fra le due specie, compresa la comunicazione emotiva.
Ma non sar ancora una volta un eccesso di antropocentrismo a farci interpretare in umanese il comportamento e la cognizione del cane?
Per esempio, se esco di casa allegro e saltellante quasi sicuramente il mio cane reagir scodinzolando, trotterellando e correndo, cio manifestando gioia.
Come gi accennato in precedenza,  per lecito pensare che il cane, piuttosto che capire che cosa provo, si limiti a reagire al mio linguaggio del corpo, esibendo un comportamento emotivo in base alla sua personalit e al contesto.
Se poi, salendo in auto, mi accorgo che la batteria  scarica e mi sale una rabbia cosmica per aver lasciato accesi i fanali tutta la notte, lo stesso cane potr infatti continuare a manifestare la sua gioia (ma cavolo, io sono arrabbiato!).
Per concludere con una nota personale: se il cane avesse le capacit empatiche che spesso gli vengono troppo superficialmente attribuite, allora la mia labrador (Mya) potrebbe essere considerata una psicopatica: non importa che tu sia triste o felice, impaurito o arrabbiato...  sempre il momento giusto per lanciare qualche pallina!


Le frontiere della ricerca.

Recentissime ricerche ci forniscono un quadro pi dettagliato relativamente ad alcune funzioni specifiche presenti nel cervello emotivo del nostro amico a quattro zampe.
Uno studio effettuato tramite l'osservazione attraverso l'MRI (Risonanza Magnetica Funzionale), pubblicato sulla rivista specialistica Current Biology, dimostra l'esistenza nel cervello del cane di aree dedicate al riconoscimento delle vocalizzazioni simili a quelle umane non solo per la localizzazione, ma anche per la capacit di cogliere l'informazione emotiva contenuta nella voce. Aree esterne alla corteccia uditiva infatti si attivano, nel cane come nell'uomo, quando la coloritura emotiva dell'informazione  positiva.
Dal medesimo studio,  emerso anche che le aree di riconoscimento vocale dei cani reagiscono maggiormente, come ovvio, alle vocalizzazioni dei conspecifici e che gran parte di esse, a differenza di quanto avviene nell'essere umano, rispondono a suoni non vocali.
A riprova dell'esistenza di omologia funzionale ci sono anche i risultati di una ricerca condotta dall'Universit di Atlanta nella quale, sempre attraverso immagini MRI,  stata rilevata un'omologia funzionale di una parte del cervello, chiamata Nucleo Caudato, in entrambe le specie.
Il Nucleo Caudato  una zona situata sotto la corteccia cerebrale dove troviamo abbondanza di recettori dopaminergici. E la dopamina, cos come la serotonina,  un neurotrasmettitore che regola il tono dell'umore.
Ebbene, il Nucleo Caudato si illumina nel cane come nell'uomo in risposta all'aspettativa di un evento piacevole, con semplici e intuibili differenze: mentre nell'uomo l'attivazione di questa area avviene in anticipazione a eventi percepiti come estremamente positivi come cibo, amore, denaro, nel cane, la medesima area si attiva di fronte all'anticipazione dell'arrivo di una ricompensa (rinforzo alimentare), in seguito all'apparizione del proprietario all'interno della stanza, in presenza di odori umani.
Possiamo quindi affermare che esistono alcune corrispondenze funzionali relativamente ad alcune aree emozionali nei cervelli delle due specie.


Uno sguardo d'insieme.

Nuotando nel vasto mare della psicologia canina comparata abbiamo ancora bisogno di aggiungere un importante tassello per cercare di rendere il quadro generale maggiormente esaustivo.
Avendo confermato, infatti, l'esistenza nel cane di una particolare forma di intelligenza emotiva unitamente a una inconfutabile abilit interpersonale, non  possibile non riferirsi a quella che viene definita intelligenza sociale.
Se si pensa alla definizione di questo tipo di intelligenza, ovvero la capacit di relazionarsi e interagire con gli altri in modo efficiente e adeguato, non possiamo che attribuire al cane il possesso di questa particolare facolt.


Una brutta notizia
di Valeria Rossi

Ero per le scale, con la mia rott al guinzaglio e carica di sacchetti della spesa, quando suon il cellulare: sempre al momento giusto, si sa! Samba, vedendomi in difficolt nel cercare di rispondere senza mollare n cane n sacchetti, fece quello che fa sempre quando sono incasinata: si mise a giocare col guinzaglio, rendendomi sempre pi complicate le operazioni. Al telefono c'era il figlio, che mi comunicava una notizia choccante: era morta improvvisamente, di torsione di stomaco, la nonna di Samba, Rebecca.
Ci restai cos male (anche perch si trattava di una cagna ancora abbastanza giovane, che avrebbe anche dovuto essere incinta: si era accoppiata pochi giorni prima), che sul momento non mi misi neppure a piangere: ero solo bloccata, non riuscivo a crederci, ero sconvoltissima dentro, ma fuori ero una statua.
Ebbene, Samba smise istantaneamente di giocare e mi fiss con la faccia serissima, storcendo un po' la testa come quando cerca di capire che cosa le dico.
Entrammo in casa, io ancora a telefono col figlio: mi sedetti sul divano e lei mi pos il musone sulle gambe, sospirando. Una cosa che non aveva mai fatto prima e che non ha pi fatto dopo di allora.
Empatia? Forse non proprio, perch dubito che un cane possa provare le stesse emozioni di una persona a cui hanno appena dato una brutta notizia... senza neppure sapere di che notizia si tratta (e anche se l'avesse potuto sapere, i cani capiscono la morte? Chiss). Per il contagio emotivo s, quello indubbiamente c' stato: e non credo che sia potuto arrivare da qualche mia particolare espressione o gesto, visto quanto ero inebetita e paralizzata.
Quindi sono abbastanza certa che la cagna abbia sentito in qualche modo il mio dolore: in quale modo, non lo so. Potrebbe anche essermi partito qualche segnale chimico, uno di quelli sui quali noi umani non abbiamo alcun controllo, ma che i cani sentono con l'olfatto.
Una cosa  certa: sentirsi cos compresi dal proprio cane  un eccellente antidoto contro la tristezza.
Le basi dell'intelligenza sociale sono la comunicazione e l'empatia: mentre potremmo tranquillamente conferire al nostro amico cane una laurea in comunicazione, abbiamo visto come la specializzazione in empatia presenti gi delle difficolt e dei limiti maggiori.
Negli esseri umani il possesso di tali capacit prevede anche la possibilit di sfruttarle per manipolare gli altri, aspetto che per non ritroviamo nel cane se non in forma meramente aneddotica.
Rispetto all'essere umano, per, che pu impiegare le proprie capacit sociali anche per favorire il benessere altrui, nel cane questa dimensione sembra essere maggiormente associata all'unit gruppo sociale/branco piuttosto che essere generalizzata. Pu infatti ragionevolmente compiere deduzioni, rinunce, agire comportamenti non direttamente finalizzati al proprio esclusivo, individuale benessere solo in favore della sua dimensione di membro di un particolare ed esclusivo gruppo sociale.
Di questo gruppo fa parte sicuramente il proprio essere umano, o il proprio insieme di esseri umani. Ce lo dimostra anche il professor Kazuo Fujita della Kyoto University attraverso un interessante studio che rivela capacit di comportamenti sociali cooperativi dei cani con l'essere umano (o meglio col proprio essere umano). Sembra infatti che il cane valuti le proprie scelte arrivando, in determinate situazioni, a rinunciare anche al cibo in favore del proprio gruppo misto.
Il cane dimostra quindi una spiccata abilit nel creare e mantenere una relazione con il proprio umano di riferimento. Una capacit che in psicologia  definita affiliativa e che rappresenta la base dell'amicizia e dell'affetto, della convivenza e della collaborazione.
L'intelligenza sociale del cane viaggia quindi su due binari: quello che porta alla comunicazione efficace nei confronti dei conspecifici, probabilmente ereditata dai lupi, e quello che porta a un complesso sistema comunicativo-emozionale finalizzato a interagire con l'essere umano, probabilmente frutto della co-evoluzione delle due specie e della domesticazione. Ed  su questo secondo binario che spendo ancora qualche riga per cercare di fare chiarezza su un aspetto davvero importante della convergenza mentale fra uomo e cane.
Ancora una volta  la scienza a venirci incontro.
I cani, gi da cuccioli, possiedono abilit sociali-cognitive molto simili a quelle umane. Rispondono in maniera spontanea, ovvero senza aver effettuato un apprendimento a priori, a una serie di gesti comunicativi appartenenti al repertorio della comunicazione sociale umana, in particolar modo a gesti di indicazione e alla direzione dello sguardo. Come  stato dimostrato nel corso di esperimenti dove tali segnali erano proposti ai cani per invitarli a trovare delle ricompense (cibo, giochi).
La conclusione che tali abilit comunicative siano frutto principalmente del processo di domesticazione viene dal confronto, all'interno del medesimo esperimento, con le grandi scimmie antropomorfe e i lupi.
Le prime, evolutivamente cos vicine all'essere umano, e i secondi, cos vicini al cane, hanno infatti bisogno, a differenza del cane, di lunghi periodi di socializzazione con l'essere umano per raggiungere i medesimi livelli di abilit.
Ma c' di pi.
 stato recentemente ipotizzato da Miho Nagasawa e altri ricercatori giapponesi che molte abilit comunicative interspecifiche si siano evolute durante i millenni della domesticazione perch il cane si sarebbe appropriato di repertori comportamentali simili ai segnali comunicativi di richiesta di cura dei piccoli umani, assicurandosi quindi un vantaggio selettivo.
Divenendo infatti sempre pi abili nel suscitare comportamenti di cura e accudimento nell'uomo, i cani hanno innescato in quest'ultimo un meccanismo di feedback basato sull'ossitocina (ormone coinvolto nel comportamento materno, nell'attaccamento sociale e nel controllo dell'aggressivit), coinvolgendo direttamente l'essere umano anche a livello cerebrale.
Questo meccanismo cognitivo-emozionale ha quindi modificato in maniera importante il rapporto uomo-animale, creando una connessione mentale forte fra le due specie: recenti studi di brain imaging dimostrano infatti che, se esposta a immagini del proprio figlio o del proprio cane, in una madre umana si attiva la medesima rete neuronale, strettamente legata a emozioni, ricompense e comportamenti affiliativi.


Siamo uguali o diversi?

Ma allora, siamo uguali o diversi?
Probabilmente la questione  ancora troppo ampia e poco esplorata per chiuderla con un risposta perentoria. Diciamo che in parte dipende dalla prospettiva con cui ci poniamo la domanda.
Condividiamo certamente molte risposte emotive, cognitive e comportamentali anche se, ovviamente, queste si esprimono in contesti differenti e per differenti finalit.
Pensare al cane semplicemente in termini di istinti, comportamenti stereotipati o risposte condizionate all'interno di schemi rigidi  decisamente riduttivo e non corrisponde certamente alla realt. Anche vedere nel cane abilit di pensiero e funzioni cognitive superiori rischia per di farci cadere in un fantasioso antropocentrismo, spesso estremamente deleterio.
Abbiamo evidenziato nel cane la presenza di intelligenze multiple, cos come nell'uomo, anche se specie-specifiche e, spesso, diversamente finalizzate.
 innegabile che in molte occasioni il comportamento del cane sembri riecheggiare il nostro, ma non  ancora chiaro se  cos perch cos vogliamo vederlo, perch proprio ci resta difficile pensare a una qualsiasi espressione di intelligenza senza passare attraverso il nostro umano punto di vista, oppure perch  realmente cos.
In fondo, sembra estremamente appagante l'idea di una creatura docile e meravigliosa che sia fatta a nostra immagine e somiglianza!
Possiamo ipotizzare che esista anche una dinamica di tipo proiettivo secondo cui tendiamo ad attribuire ai nostri cani le nostre qualit, o meglio, ad attribuirci noi le loro, a seconda di come ci conviene. Del resto, ci sentiamo un tantino responsabili, avendo preso parte attivamente alla domesticazione, del prodotto attuale.
Cercare a tutti i costi tracce di genialit nel nostro amico a quattro zampe pu equivalere ad autoaffermare la presenza di queste in noi stessi. Ci piace attribuire loro senso morale, coraggio, comportamenti connotati da etica e altruismo, prendendocene in qualche modo il merito.
Altrettanto facilmente per tendiamo a prendere le distanze quando i cani le combinano grosse, attribuendo in quei casi alle loro azioni un'origine tutta animale.
Il cane  senza ombra di dubbio una creatura estremamente intelligente: la sua diffusione e la sua abbondante presenza nella vita, negli spazi e nella mente dell'essere umano ne sono una prova schiacciante. Dovremmo solo, a volte, come accennato all'inizio, iniziare a fare pace col concetto di diverso.
Ebbene s,  possibile possedere un'intelligenza anche a prescindere da quella umana.
La diversit non costituisce certo un ostacolo, n tantomeno una minaccia, anche se  di gran lunga pi riposante riferirsi a qualcosa che conosciamo bene.
La diversit intesa come scambio e crescita fa parte indiscutibilmente della storia evolutiva, e, da un certo punto in poi, co-evolutiva dell'uomo e del cane, e certamente esistono alcuni punti in cui le nostre menti, umana e canina, in qualche modo si intrecciano.
Sar fondamentale, nei prossimi decenni, il contributo delle neuroscienze negli studi comparativi fra uomo e cane, perch ci permetteranno di capire meglio quanto realmente siamo mentalmente affini con i nostri amici a quattro zampe.
Certo  che la strada, sebbene aperta, sembra ancora piuttosto lunga... e minata da un inguaribile antropocentrismo.


Educatori, rieducatori, comportamentalisti, addestratori... che confusione!

Quando il proprietario di un cane si trova di fronte un problema comportamentale (reale o solamente vissuto come tale, come vedremo pi avanti), ha due possibili scelte: o si lancia nel fai da te, magari con l'aiuto di libri, trasmissioni televisive, corsi online e chi pi ne ha pi ne metta, oppure sceglie di affidarsi a un professionista.
Questa seconda strada sembrerebbe la pi sensata... se non fosse per il fatto che la cinofilia moderna ha partorito un numero talmente elevato di figure professionali da mandare in confusione fin dal primo momento chi vorrebbe affidarsi a una di esse.
Da chi vado? Dall'educatore? Dall'addestratore? Dal comportamentista, o comportamentalista, o come accidenti si chiama? Aiuto! Chi fa esattamente cosa? E dove trover le risposte giuste al problema del mio cane?.
Gi questa offerta plurima di figure dai nomi diversi procura dubbi e incertezze: figuriamoci poi cosa succede quando l'utente scopre che ognuna di esse  in totale disaccordo con le altre, e che tra di loro passano gran parte del loro tempo a litigare e insultarsi a vicenda.
Eppure, fino a un paio di decenni fa, i proprietari avevano le idee chiarissime: se il cane aveva un problema di salute lo portavi dal veterinario, se aveva un problema di comportamento lo portavi dall'addestratore.
E fine.
Che cos' successo, per cui si  passati dalla pi lineare semplicit alla totale confusione odierna?
In realt, di cose ne sono successe parecchie: non ai cani, che sono rimasti identici a quelli di cent'anni fa, ma agli umani. Alla mente umana, o se preferite alla cultura umana. Innanzitutto,  successa una cosa molto bella, ovvero la presa di coscienza del cane come animale senziente, sensibile e pensante. Non pi solo una bestia, non pi una specie di oggetto che ha senso soltanto nella sua utilit come ausiliario dell'uomo, ma un soggetto degno di rispetto e considerazione, che come tale dovrebbe avere anche dei diritti.
Ottimo, perfetto, grandioso.
Se ci fossimo fermati qui avremmo avuto una grande rivoluzione culturale e i cani avrebbero visto migliorare di gran lunga la qualit della loro vita. Ma ahim non ci siamo fermati: perch, dopo la sacrosanta rivoluzione culturale,  arrivato il business (che purtroppo della cultura umana  diventato parte integrante). E il business ha fatto danni inenarrabili.
Non intendo ripercorrere qui tutta la storia (peraltro piuttosto squallida) delle varie teorie e/o addirittura filosofie cinofile, alcune delle quali basate sulla speranza di cambiare davvero il mondo a favore del cane e altre, purtroppo, nate con l'esclusivo scopo di gettar fango sulla concorrenza per rubarsi reciprocamente i clienti. Mi limiter a dire che alcune delle nuove teorie sono risultate utilissime per migliorare il rapporto uomo-cane, alcune si sono rivelate poco utili, ma sostanzialmente innocue... mentre altre, purtroppo, hanno fatto grossi danni.
Hanno fatto danni seri, per esempio, tutte le teorie che intendevano screditare l'etologia classica (non esistono dominanza e sottomissione, non esistono le gerarchie, ecc.): teorie peraltro smentite vivacemente dagli stessi studiosi a cui si era cercato di attribuirle.
Cito fra tutti i due autori pi chiamati in causa come presunti detrattori di concetti come gerarchia e dominanza. Stufi di essere travisati, infatti, entrambi hanno rilasciato dichiarazioni a dir poco cristalline. Il grande esperto di lupi americano David Mech: C' una certa disinformazione relativamente alle mie teorie. Questa errata interpretazione e completa disinformazione mi perseguita ormai da anni. In alcun modo io rifiuto il concetto di dominanza.
Il biologo dell'evoluzione Mark Bekoff, anch'egli americano: Il concetto di dominanza sociale non  una leggenda. Una leggenda  una storia inventata. Quello di dominanza era e rimane un concetto molto importante, che  stato frainteso e utilizzato impropriamente.
Certamente, se per dominanza intendiamo coercizione violenta allora  vero che non esiste tra i lupi (se non in rarissimi casi) e che gli stessi cani tendono a farne a meno: ma la dominanza  cosa ben diversa.
Riporto qui una spiegazione di cui purtroppo non ricordo l'autore, ma che mi sembra estremamente chiara:
In etologia il dominante non  colui che pretende, umilia e costringe a dare: al contrario  colui che si assume la responsabilit per se stesso e per gli altri, che offre l'opportunit di avere vantaggi maggiori e migliori per se stesso e per i dominati. Quanto al ruolo dei dominati, esso non  assolutamente passivo o parassita. Il non dominante deve essere in grado di poter contribuire all'offerta di vantaggio del gruppo sociale per garantirsi il diritto di goderne a sua volta.  un ruolo attivo e parimenti dignitoso.
Aggiungiamo che la confusione tra dominanza e coercizione non  mai stata legata a un metodo o a uno strumento:  purtroppo insita nella natura umana.
La verit  che ci sono persone per le quali avere il controllo su un terzo (animale o umano che sia) significa imporsi con la forza fisica, con la paura o con la violenza... e altre per le quali significa invece guadagnarsi la stima, il rispetto, l'amore di questo terzo, cosicch ascolti le indicazioni e obbedisca non perch pensa di essere punito se non lo fa, ma perch  convinto che se il capo ha preso una decisione, questa sar sicuramente quella giusta e quindi  bene fare come dice lui.
Entrambi i generi di persone, ovviamente, non la pensano cos soltanto quando si parla di cani: si comportano nello stesso modo anche con i figli, o con le mogli, o con i sottoposti sul lavoro. Quindi, la prima cosa da fare per migliorare davvero la cultura cinofila sarebbe prendere le persone del primo tipo (quelle arroganti e violente) e far capire loro quanto il loro atteggiamento sia sbagliato.
Purtroppo c' un grosso intoppo quando si cerca di intraprendere questo tipo di percorso, e sta nel fatto che farsi obbedire facendo leva sulla paura  molto pi facile che farsi stimare e rispettare.
Per meglio dire: la paura ottiene risultati pi veloci del convincimento (che poi rovini completamente il rapporto, che i risultati siano solo parziali e di breve durata, che ci sia una lunga serie di effetti collaterali devastanti... a certa gente interessa ben poco), quindi ci sar sempre chi sosterr che i metodi pi gentili e rispettosi siano tutte cavolate, visto che lui, con quattro calci nel sedere, si fa obbedire in cinque minuti mentre noi ci impieghiamo cinque mesi.
Quello della fretta di ottenere un risultato  un altro scalino difficilissimo da superare in una societ umana che ha addirittura mercificato il tempo (il tempo  denaro!) e che ritiene che veloce sia sempre e solo sinonimo di valido, anche se spesso  vero l'esatto contrario.
In un mondo nel quale hanno un successo strepitoso i cibi precotti (Pronto in cinque minuti!) o i chewing gum che ti risparmiano di perder tempo a lavarti i denti, per non parlare del linguaggio da SMS con le k al posto del ch (cosa che personalmente detesto con tutto il cuore. Ma quanto tempo ci vuole a digitare una lettera in pi su una tastiera? Credo che siamo nell'ordine dei nanosecondi!), diventa veramente difficile chiedere a qualcuno di impiegare tempo e pazienza per educare o rieducare il proprio cane.
Per questo saranno sempre pieni di lavoro coloro che ti garantiscono di risolvere il problema in una settimana, o di prepararti un brevetto in quindici giorni, magari lasciandogli il cane e disinteressandosi del come vengono ottenuti questi risultati.
I miei genitori usavano ripetermi spesso un proverbio che recitava cos: Presto e bene stan male insieme. Di sicuro il proverbio rimane valido ancora oggi (per quanto non lo si senta dire quasi pi...), ma sicuramente ne  cambiato il significato. Se un tempo, infatti, lo si usava per spiegare ai bambini che era meglio fare le cose con calma, oggi lo stesso concetto si utilizza per giustificare certi risultati raffazzonati, ma velocissimi, che il mercato richiede.
Se il concetto che si voleva esprimere ai miei tempi era bisogna prendersi il tempo necessario per fare le cose bene, oggi si vuole comunicare l'esatto contrario: se vuoi risultati veloci - e sappiamo che li vuoi - non puoi pretendere anche che si lavori con precisione e accuratezza.
Per questo motivo, in cinofilia, hanno successo i corsi per educatori che durano due o tre weekend, i cuccioli pronta consegna, gli psicofarmaci e tutti gli strumenti che promettono risultati rapidi.
Il tuo cane non smette di tirare al guinzaglio? Non perder tempo a insegnargli una condotta decente, compra il collare o la pettorina XY, che gli impediscono meccanicamente di tirare (e se poi gli rovinano il collo, o le scapole, o l'andatura... pazienza!).
Il tuo cane abbaia dal mattino alla sera? Non perder tempo a chiederti come mai lo faccia, se provi un disagio, se abbia bisogno di aiuto: compra il collare antiabbaio (che nel migliore dei casi gli spruzza in faccia una sostanza sgradevole e nel peggiore gli rifila una scossa elettrica), ti risolver il problema all'istante!
E soprattutto: il tuo cane  aggressivo, iperattivo, casinaro? Non perder tempo a capirne le ragioni e tantomeno ad andare incontro alle sue esigenze: dagli la pilloletta miracolosa e tutto andr magicamente a posto (e se avr effetti collaterali devastanti, pazienza: rimedieremo con un'altra pilloletta)!
L'esigenza della soluzione rapida, purtroppo figlia di un vero e proprio condizionamento a cui tutti noi umani siamo stati sottoposti per decenni,  la causa principale della permanenza sul mercato di parecchi macellai coercitivi e violenti.
Sull'altra faccia della medaglia troviamo coloro che, sfruttando (e spesso enfatizzando in modo talora scorretto) l'esistenza di questi macellai, hanno cercato in ogni modo di far pensare al grande pubblico che l'addestramento basato sull'etologia classica vedesse soltanto figure di questo tipo, facendo in modo di contrapporre, nell'immaginario collettivo, la figura dell'educatore buono a quella dell'addestratore cattivo.
Per riuscirci hanno incentrato le loro battaglie soprattutto sulla demonizzazione di alcuni strumenti, primo fra tutti il collare a strangolo, facendo leva sul nome (che  effettivamente sgradevole) per far pensare al grande pubblico che chiunque lo usasse fosse solito impiccare i cani al pennone pi alto. Il che equivale a dire che le chiusure di certi kennel, dette a ghigliottina perch cadono dall'alto verso il basso, vengono usate per tagliare la testa ai cani... ma molta gente ci ha creduto, anche perch i macellai (e non gli addestratori tout court!) effettivamente strattonano i cani in modo violento.
Ma ci sono mille altri modi per maltrattare un cane senza bisogno di alcun collare... tant' che esistono anche sedicenti gentilisti che usano i calcioni come se non ci fosse un domani. I macellai, cos come gli incompetenti, si nascondono sotto qualsiasi sigla.
Quindi: se avete bisogno di aiuto per educare, addestrare o rieducare il vostro cane, il mio consiglio  di non badare a definizioni, metodi e tantomeno strumenti: osservate le persone e cercate innanzitutto di capire se sono davvero gentili dentro, e non soltanto sulle pubblicit del loro sito.
Se sono veramente interessate al benessere del cane e non a quello del loro portafoglio.
Se non vi garantiscono il risultato pronta consegna, chiavi in mano, ma vi spiegano che ci vorr... il tempo che ci vorr, a seconda del cane, perch ogni cane ha una sua mente pensante e quindi reagisce in modo diverso alle nostre proposte.
Soltanto dopo questa prima analisi potrete scegliere se approcciare un metodo piuttosto che l'altro, una scuola di pensiero o magari quella opposta... Ricordando sempre, per, che ogni metodologia va analizzata con spirito critico, e mai presa per verit infusa, perch in cinofilia di verit assolute non ce ne sono.
Dopodich, vi rimarr soltanto da capire se la persona che avete scelto, oltre che buona,  anche brava, e cio competente. E questo, purtroppo, lo capirete solo da un fatto: o vi offrir dei risultati concreti, oppure no!
Perch, comunque la si voglia guardare, la cinofilia  ancora fondamentalmente antropocentrica (e presumo che sempre lo sar): per quanto ci si sforzi di pensare solo al cane, al suo assoluto benessere e alla sua serenit psichica, nel momento in cui scopriamo che questo benessere e questa serenit vanno in conflitto con i nostri,  sempre il cane a finire fuori di casa (o peggio).
Nessun umano al mondo accetter mai che l'idea di felicit, per il suo cane, coincida con quella di trainare il suo conduttore a mo' di aquilone appeso al guinzaglio, o di sgranocchiarsi le ginocchia della zia.
Per quanta cinofilosofia si possa sbandierare, alla fin fine tutti - e intendo proprio tutti - vogliono un cane che dia loro meno problemi possibile. E se un problema c', vogliono risolverlo: piaccia o meno al Signor Cane, perch tutti - e intendo proprio tutti - mettiamo sempre prima le esigenze del Signor Uomo.
Ho una storiella molto esplicativa in proposito: su Facebook, qualche tempo fa, la proprietaria di una chihuahua piuttosto peperina pubblic varie foto di dita e braccia con ferite lacero-contuse (piccolette, ma sicuramente dolorose!), sostenendo che era stata opera di quel tesorino della sua Molly e che si trattava dei suoi morsetti d'amore.
Commenti a tutto spiano, molti - fortunatamente - negativi (Ma no, ma di, non puoi permetterle di morderti cos!, Ma educa 'sto cane, santiddio!, ecc.), ma parecchi anche divertiti-ammirati (Ohh che tesoro,  proprio una carognetta!, Che amore, anche la mia quando le girano i cinque minuti fa cos!, ecc.).
Soprattutto i commenti del secondo tipo mi fecero venire la pelle d'oca. Ma come? - pensai - Siamo arrivati davvero al punto in cui, pur di far felice il cane, ci lasciamo masticare impunemente (perlomeno dal chihuahua: se Molly fosse stato un rottweiler, credo che la sua umana avrebbe reagito in modo diverso)?
La risposta arriv, dopo un estenuante botta-e-risposta sulla pagina, quando l'orgogliosa proprietaria alla fine dichiar: S, vabbe', ma le dita e le braccia che ho mostrato nelle foto non sono mica le mie!.
Insomma, il tesorino aveva timbrato amici, parenti e conoscenti e la signora ne andava pure fiera, non ritenendo che fosse il caso di rieducare il cane (Morde solo se cercano di toccarla. E ha ragione! Neppure a me piace essere toccata da un estraneo!, fu la sua spiegazione)... solo perch non c'erano ancora andate di mezzo le dita sue.
Vogliamo scommettere che, il giorno in cui il tesorino della mamma timbrer pure lei (e ci sono almeno il 90% di probabilit che accada, visto che quando un cane impara a vincere con l'aggressivit, prima o poi prova a esercitarla anche con i suoi familiari), Molly verr vista con ben altri occhi? Io continuo a pensare: meno male che  un chihuahua. Perch se fosse un cane solo un filino pi grande, capace quindi di fare danni un tantino pi seri, il suo futuro sarebbe ad altissimo rischio.


Ma tu, sei cognitivista o behaviorista?.

Amplio ancora un pochino il discorso di cui sopra raccontando un aneddoto che mi sembra abbastanza indicativo della situazione attuale: tutto questo potrebbe non sembrare perfettamente in armonia col tema della psicologia comparata, ma se non teniamo nel dovuto conto anche la psicologia del cinofilo umano sar ben difficile far comprendere davvero certi meccanismi che regolano i rapporti tra le due specie.
Qualche tempo fa stavo parlando al telefono con un collega educatore, fierissimo rappresentante della scuola CZ (cognitivo-zooantropologica).
A un certo punto, di fronte a una sua affermazione sulle presunte capacit del cane di autodeterminarsi, mi lasciai scappare un Maddi, non esageriamo (non ricordo esattamente quale fosse la sua tesi, ma posso assicurarvi che si trattava di qualcosa decisamente al di sopra e al di fuori delle capacit di un cane). Immediatamente lui scatt indignato: Ah! Ma allora sei behaviorista!. E da quel momento cominci a trattarmi come una povera demente con la quale non valeva la pena di dialogare oltre.
Di fronte a situazioni come questa, mi viene da sorridere: perch ci si scanna, ci si sente insultati per qualcosa che ha gi poco senso quando si parla di psicologia umana. Neppure della nostra mente, infatti, si conosce abbastanza, sebbene gli appartenenti alle diverse scuole (diametralmente opposte, proprio come in cinofilia!) siano convinti di avere capito tutto. Figuriamoci quanto pu essere sensato scannarsi quando si parla di cani, dotati di una mente della quale sappiamo ancora meno.
Ripeto e sottolineo: quando si parla di behaviorismo o cognitivismo, si parla di psicologia umana.
In etologia, l'unica contrapposizione  riferita agli istinti, che non vengono presi in considerazione dal comportamentismo perch non sono frutto di apprendimento. Al comportamentismo non interessa neppure il ruolo della selezione naturale nel determinare il valore adattativo e quindi il controllo genetico del comportamento.


Behaviorismo, cognitivismo e...
di Valeria Rossi.

Il BEHAVIORISMO O COMPORTAMENTISMO, dall'americano behavior (che in inglese si scrive behaviour e significa comportamento')  la concezione secondo cui la psicologia si deve limitare a studiare il comportamento, in quanto direttamente osservabile, e non i processi psichici, che sono esperienze soggettive e in quanto tali non possono essere oggetto di scienza. La mente  considerata una black box, una scatola nera di cui non si possono conoscere i meccanismi, che comunque non interessano perch l'unica cosa che si pu studiare sono le relazioni tra stimolo e risposta. Padre del behaviorismo  lo psicologo americano John Watson (1878-1958): per questo io scrivo behaviorismo e non behaviourismo (comunque si pronunciano nello stesso modo).
Il COGNITIVISMO considera invece la mente come un elaboratore di informazioni provenienti dall'ambiente. Perci proprio la mente come sistema complesso di regole, indipendente dai fattori biologici, sociali, culturali, emozionali, ecc.  il principale oggetto di studi. Il Cognitivismo nasce nel 1967, quando viene pubblicato Psicologia cognitivista dello psicologo tedesco naturalizzato americano Ulric Neisser (1928-2012).
Col termine COMPORTAMENTALISMO ci si riferisce all'attivit del comportamentalista, che dovrebbe essere un veterinario o un etologo con una preparazione specifica sui problemi comportamentali.  una figura molto discussa, non esistendo una regolamentazione in materia (una delle diatribe parte gi dalla definizione: solo un veterinario pu dirsi comportamentalista, oppure pu farlo anche un non-laureato che per si occupa della psiche canina da anni?). Inutile addentrarsi nella materia: l'importante  ricordare che comportamentista e comportamentalista sono due cose molto diverse.
Stando cos le cose, personalmente non potrei proprio essere behaviorista, visto che d grande importanza ai comportamenti istintivi del cane (che ritengo genetici e fortemente influenzati dalla selezione sia naturale che umana). Ma d importanza anche agli impulsi, o pulsioni, che invece mirano al soddisfacimento di bisogni primari (fame, sete, sonno, sesso) basandosi su schemi appresi: quindi non potrei neppure definirmi cognitivista.
Il fatto  che io mi ritengo semplicemente una cinofila che non si fissa su un'unica scuola di pensiero, ma che osserva e trae conclusioni le quali, di volta in volta, possono adattarsi all'una o all'altra teoria.
E non me ne frega un accidenti di niente se un giorno il cane mi sembra cognitivo e il giorno dopo capace solo di apprendere per prove ed errori.
A me importano soltanto due cose:
* Che il cane impari a comportarsi in modo consono alle regole della nostra societ (un po' perch di questa societ fa parte, che gli piaccia o meno, e un po' perch se facesse diversamente verrebbe messo ai margini della societ stessa).
* Che il cane sia felice, o almeno sereno, e che i comportamenti di cui sopra (che si tratti di camminare correttamente al guinzaglio al parchetto oppure di dare il meglio in una prova di lavoro) gli diano la maggiore soddisfazione possibile.
Per ottenere questi risultati,  davvero utile sapere come funziona la sua mente?  davvero utile sapere se la sua mente  un computer o una black box?
La mia risposta  un deciso e sicuro... Ni!.
Perch sarebbe sicuramente utilissimo, se fosse davvero la mente del cane quella che studiamo: ma il fatto  che fino a oggi si  sempre e solo studiata la mente umana (che  indiscutibilmente diversa da quella canina, come si  visto nel secondo capitolo).
A dire il vero, io non ripongo fiducia incondizionata neppure nella psicologia umana... per via del rovescio della medaglia: ovvero, perch quasi tutti gli esperimenti che hanno portato alla nascita delle diverse scuole di psicologia umana sono stati condotti sugli animali.
Pavlov utilizz i cani per studiare i riflessi condizionati, Skinner si serv dei topi per scoprire il condizionamento operante, Khler lavor con gli scimpanz per elaborare la teoria dell'insight (vedi pagina 120), e cos via.
La cosa buffa  che ormai c' uno sproposito di scienziati che contesta la sperimentazione animale (leggi: vivisezione e dintorni) a fini medici adducendo la motivazione che uomini e cani, cavie, topi sono organismi diversi che spesso reagiscono in modo opposto, per esempio, alla somministrazione di uno stesso medicinale: ma nessuno - almeno che io sappia - si  mai messo a discutere sul fatto che la psicologia umana sia stata studiata su animali diversi dall'uomo.
Rirovesciando la medaglia, si potrebbe pensare che allora sia pi normale considerare questi esperimenti probanti per i cani, piuttosto che per l'uomo. Ma anche qui ci sarebbe da discutere, visto che l'esperimento di Pavlov sui riflessi condizionati, per esempio, ha dato risultati molto diversi quando  stato ripetuto su cani liberi e non legati a un tavolo con una cannula piantata nell'esofago.
In un esperimento nel quale veniva usato un metronomo (e non la famosa campanella!) come stimolo condizionante, il cane libero  andato a leccare il metronomo, con l'evidente intenzione di farlo partire e di far arrivare cos il cibo. Un ragionamento deduttivo ben diverso dal riflesso condizionato puro e semplice, ma che si  potuto apprezzare solo lasciando il cane libero di muoversi e scegliere liberamente, cosa che Pavlov non si era mai sognato di fare.
La sperimentazione in laboratorio ha di buono (anche se  un buono puramente accademico) la possibilit di essere ripetibile, misurabile, quantificabile e quindi pubblicabile sulle riviste scientifiche. Per non  sempre cos attendibile come cercano di farci credere.
Tutte le scuole di pensiero psicologiche, che ci piaccia o meno, sono infatti in gran parte basate su esperimenti condotti in laboratorio: quindi vanno prese per buone solo fino a prova contraria, con un certo beneficio di inventario e non certo pensando che siano la Verit assoluta infusa dal cielo e incontrovertibile.
Esempio pratico: nella mia libreria c' un testo del 1974, dal titolo Come capire il cane e farsi capire da lui, di Ferdinand Brunner (behaviorista per forza, visto che di cognitivismo animale non si parlava neppure, a quei tempi), nel quale viene spiegato e dimostrato in modo assolutamente scientifico - ovvero attraverso esperimenti condotti in laboratorio - che il cane  incapace di apprendere per imitazione.
Oggi molti conoscono il Do as I do di Claudia Fugazza, basato proprio sull'apprendimento sociale (ovvero per imitazione): con questo metodo si pu ottenere che il cane, all'ordine Do it! (o in italiano: Ripeti!) replichi gli stessi movimenti che gli abbiamo mostrato poco prima (toccare qualcosa, girare su se stesso, saltare, ecc.).
Ancora: presumo che abbiate sentito tutti parlare dei neuroni specchio, quelli che si attivano quando un animale vede compiere una determinata azione da un altro animale e che starebbero alla base non solo dell'imitazione, ma anche dell'empatia.
Qualche tempo fa si sono sprecate le conferenze sul tema, in cinofilia, e sembrava che i neuroni specchio fossero la risposta a tutto (o quasi). Almeno fino a che qualche scienziato non ha fatto notare che il cane, i neuroni specchio, quasi certamente non li ha. O se li ha, non si sa ancora di preciso dove stiano e come funzionino (come approfondito nel paragrafo L'annoso tema dell'empatia a pagina 74).
Ce li hanno sicuramente le scimmie, ce li ha l'uomo e ce li hanno alcuni uccelli: ma il cane, pare di no. Quindi, di che cosa stiamo parlando?
Qualsiasi siano le nostre convinzioni e i nostri studi, stiamo sempre parlando di qualcosa che si ritiene valido oggi, ma che magari potrebbe essere completamente rivoluzionato domani.
Quindi  importante - anzi, importantissimo - conoscere, studiare, sapere. Ma fissarsi su una sola teoria o scuola di pensiero, e addirittura offendersi se veniamo tacciati di aver pensato qualcosa che non le appartiene,  piuttosto sciocco.
Soprattutto, porta pi a fanatismi accademici che a una vera comprensione del cane, che invece  l'unica cosa che dovrebbe interessarci davvero.
Quando io lavoro con i miei cani, o con i cani di altri, faccio qualcosa, ma soprattutto osservo molto: e quello che vedo si sposa a volte con una teoria, a volte con quella diametralmente opposta, a volte con nessuna teoria finora formulata.
Se negassi di aver visto una cosa con i miei occhi soltanto perch non si accorda con la mia scuola di pensiero, mi sentirei davvero una stupida. Preferisco dirmi: Questa non l'ho capita, e magari provare a ragionare su ci che ho osservato avvalendomi, s, di tutte le attuali conoscenze, ma anche accettando il fatto che quel particolare comportamento, o manifestazione, o decisione del cane possa andare in una direzione diversa (e in alcuni casi, del tutto sconosciuta).
Se proprio devo scegliere, quella che tendo a tenere in maggiore considerazione  sempre l'etologia, perch questa si basa sull'osservazione degli animali liberi e non sugli esperimenti di laboratorio.
Eppure, anche in etologia non  detto che ci che si osserva una volta sia valido sempre, proprio perch gli animali sono cognitivi, ovvero capaci di acquisire informazioni, elaborarle e cercare di controllarle. Ma sono anche condizionabili, e anche istintivi; e per di pi sono capaci del sopracitato insight, ovvero di arrivare a risolvere un problema mettendo insieme gli elementi che lo compongono con un'intuizione improvvisa, senza passare per le behavioristiche prove ed errori.
Domandona:  lecito essere disposti ad accettare tutto questo? O meglio:  lecito accettare che della mente canina abbiamo ancora capito ben poco, e tener buono tutto ci che abbiamo studiato, restando per pronti ad ammettere che a volte non funziona esattamente cos?
Per me non  soltanto lecito, ma  molto pi sano che fissarsi su di una singola etichetta.
Secondo me, per definirsi cinofili,  quasi obbligatorio levarsele di dosso, le etichette: e ovviamente  del tutto folle commettere l'erroraccio di segnare sulla lavagna i buoni e i cattivi basandosi sulla loro scuola di pensiero.
Su Facebook leggo sempre pi spesso commenti in cui si grida allo scandalo se qualcuno parla di condizionamento: Ahhhh! Sei behaviorista, al rogo subito! Il condizionamento non esiste, non si deve neppure pi nominare! (dopodich la stessa persona va a fare la spesa al supermercato e si riempie beatamente il carrello di tutto ci che  stato condizionato a comprare dalla pubblicit televisiva).
Ma a parte questo,  davvero allucinante pensare che se utilizzo su un cane il condizionamento classico io diventi automaticamente un maltrattatore.
Cio: se mostro al cane una pallina, e gliela tiro soltanto se si siede (metodo pavloviano al 100%), lo sto maltrattando?
Ma per favore!
Sarebbe meglio non cadere nel fanatismo, e magari non passare neppure troppe ore a litigare sui social network per stabilire se il cane ha fatto cos o cos per insight o per imitazione sociale.
Tutto questo serve solo a soddisfare il nostro ego, a far sapere agli altri (ma poi, agli altri chi? Alle sciuremarie che ci stanno chiedendo aiuto perch il loro cane insegue il gatto del vicino?) quanto siamo colti e quanto siamo fighi. Salvo poi non sapere che cosa rispondere a chi vuole soluzioni reali e pratiche.
E c' ancora di peggio: perch, oltre alle miriadi di voli pindarici sprovvisti di qualsiasi applicazione pratica, sui social spesso si leggono critiche severissime alle soluzioni che invece hanno funzionato.
C' gente, per esempio, che mi ha accusato di essere una maltrattatrice solo perch ho approvato, sul mio sito, la soluzione trovata da un collega per tirar fuori dal box una cagna deprivata, che sarebbe rimasta in canile a vita.
E qual  stata questa soluzione cos terribile?
Le  stato messo un guinzaglio da retriever (che in effetti  un collare a strangolo) ed  stata tirata - molto gentilmente, ma ovviamente con un po' di forzatura - fuori dal box, nel mondo che rifiutava di conoscere.
Risultato? La cagna si  aperta al mondo,  stata adottata e oggi vive una vita serena in famiglia.
Ma per gli oltranzisti... no, non va bene! Non si perdona quel collare a strangolo e si ripete, ogni santa volta, che C'erano altri sistemi, c'erano altri mezzi.
Purtroppo, di sistemi e di mezzi ne erano gi stati provati a bizzeffe, in quel caso, senza ottenere un bel nulla. Quindi, ogni volta che leggo frasi di questo genere, io chiedo: Ok, ditemi quali!.
Risposte? Zero. C'era altro. Ma un altro teorico, non quantificabile, non praticabile.
E allora, a che serve?
Quella cagna doveva restare in canile finch non fosse arrivata una nuova soluzione che nessuno, al momento,  in grado di presentare?
La risposta fanatica  s. La mia, perdonatemi,  proprio no: e non mi importa nulla se la soluzione del collega si scontra con la teoria X o con la scuola Y.
Io sono behaviorista o cognitivista a seconda dei casi: dipende da quello che mi trovo di fronte e dal risultato che voglio ottenere. Anche l'uso degli strumenti cui posso ricorrere dipende dai casi.
A me interessa che il cane faccia le cose giuste e che si diverta a farle, badando sempre a rispettarlo e a non fargli del male: il resto lo lascio agli accademici incalliti.
Riformulando De Andr, probabilmente io son di un'altra razza: sono cinofila.


Il cane non  obbligatorio.

L'ho gi detto, sono in cinofilia da ormai quarant'anni. Che sono indubbiamente tanti, ma insomma... non  neppure che sia contemporanea di Tutankhamon (anche se il figlio dice di s).
Eppure, quando lavoro al campo di addestramento, mi sembra che siano passati millenni dal giorno in cui ho cominciato: o per meglio dire, mi sembra di lavorare su un pianeta diverso da quello su cui ho iniziato l'attivit.
S, perch i cani sono sempre gli stessi, ma i problemi di cui mi parlano i proprietari sono completamente nuovi. Almeno nella definizione.
Mi arrivano cani gi diagnosticati come iperattivi (e magari si tratta di soggetti di 5-6 mesi: ma come dovrebbero mai essere, poveri cuccioli? Addormentati?), o come affetti da deficit di attenzione: guarda caso, le stesse (presunte) psicopatologie che stanno andando tanto di moda tra gli psichiatri infantili (soprattutto americani: ma stanno arrivando anche in Italia).
Tutte patologie che una larga fetta di medici e di studiosi considera inventate di sana pianta al solo scopo di aumentare le vendite dei medicinali.
Non ho n i titoli n l'esperienza necessaria per parlare di ci che succede in campo umano, tantomeno in campo infantile: in campo cinofilo, invece, posso affermare quasi con assoluta certezza che in moltissimi casi si facciano diagnosi a misura di proprietario e non di cane.
Questo per il motivo gi esaminato nei paragrafi precedenti: e cio la voglia di risolvere in fretta, abbinata all'umanissimo desiderio di venire deresponsabilizzati.
Non sono stato io a sbagliare qualcosa,  il cane (o il bambino) che  malato!  un pensiero che d immenso sollievo e che quindi spinge molto spesso gli umani ad accettare a cuor leggero anche le terapie pi invasive.
Stringi stringi, ci si vuole autoconvincere che si sta facendo qualcosa di discutibile, forse... ma per il bene del cane. E questo permette agli umani di fare buon viso a cattivo gioco.
La cosa pi buffa (e anche pi triste, se vogliamo)  che le stesse identiche motivazioni vengono portate dai macellai: il calcione o la strattonata vengono infatti definiti come terapeutici.
Lo fanno a malincuore, ma per il bene del cane, che cos imparer a comportarsi meglio e sar meglio accetto in famiglia e in societ: ergo, sar un cane pi felice.
Che arrivino dal comportamentalista appassionato di psicofarmaci o dal macellaio maltrattatore, queste sono solo fandonie tese a tacitare la coscienza dei proprietari (e a far loro aprire entusiasticamente il portafogli).
Il bene del cane  cosa ben diversa, ma lo si raggiunge solo attraverso un processo che comprende conoscenza, studio, applicazione, tempo e pazienza.
Non avete nulla di tutto questo, o non pensate che sia il caso di spendere tante energie per un cane?
In tal caso vi do una bellissima notizia: non siete obbligati a tenerne uno. Non c' nessuna legge che lo imponga, non ve l'ha ordinato il medico: potete benissimo farne a meno.
Gli siete tanto affezionati, lo amate come un figlio? Ma se le cose stanno davvero cos, allora dovreste pensare, prima di ogni altra cosa, alla sua felicit: e la sua felicit non pu coincidere con la vostra scarsa propensione a impegnarvi, applicarvi, spendere energie.
Si tratta semplicemente di un altro vecchio proverbio: non si possono avere botte piena e moglie ubriaca.
Se volete prendere (o tenervi) un cane, dovete assumervene tutte le responsabilit. In caso contrario  mille volte meglio non prenderlo o, se gi ce l'avete, cercargli una famiglia diversa e pi adatta.
Attenzione: non sto invitando nessuno all'abbandono (ci mancherebbe altro!). Ma trovargli una famiglia pi adatta non comporta, nella stragrande maggioranza dei casi, alcun grave trauma per il cane: anzi, solitamente per lui  un grande sollievo.
Oltre che dall'antropocentrismo spinto, dovremmo imparare a staccarci anche dalla retorica del cane fedele, quella che lo vedrebbe sempre morire di disperazione se viene separato dal padrone.
Non  quasi mai cos. Per un Hachiko che aspetta alla stazione il suo umano defunto per anni e anni, ci sono centinaia di migliaia di cani che accettano senza il minimo problema un cambio di famiglia. Inoltre bisogna tenere ben presente che Hachiko non era il cane di una persona che non trovava tempo n voglia di dedicarsi a lui.
Certo, un piccolo trauma all'inizio c': il cane  un abitudinario e cambiare radicalmente vita e ambiente gli causa un certo disagio. Ma se la nuova famiglia  realmente pi adatta a lui, se passa da una situazione di menefreghismo totale a una in cui riceve le giuste attenzioni e cure... allora ci mette meno di una settimana a pensare: Yuhuuu! Finalmente si vive!.
Naturalmente preferirei di gran lunga che tutti i proprietari si rendessero conto che il cane ha esigenze ben diverse dal mangiare, bere e uscire due volte al giorno per i bisogni (magari facendo il giro dell'isolato). Ma piuttosto che incaponirsi nel voler tenere a tutti i costi un animale infelice  sicuramente meglio cercargli una sistemazione diversa e pi appropriata.
Il problema maggiore sta nel fatto che prima bisognerebbe riuscire a capire che il cane  infelice: e purtroppo sono davvero in pochi a rendersene conto.
Un esempio classico  quello dei cani bambinizzati, come li chiamo io, ovvero (dal punto di vista dei proprietari) tenuti come figli. Il che si traduce nell'ingozzarli di cibo, tenerli in braccio il pi spesso possibile, ipercoccolarli, tenerli lontanissimi dagli altri cani (Non andare vicino a quel brutto cagnone, che ti mangia!) e magari anche dalle persone. I proprietari di questi soggetti sono convinti di tenerli nel miglior modo possibile, mentre sulla testa dei cani appare chiaramente il fumetto con scritto: Aiuto! Salvatemi!.
Purtroppo  difficilissimo anche far capire a questi proprietari che sbagliano: si offendono e pensano che tu sia una bruttissima persona, perch hai osato mettere in dubbio l'amore sfrenato che provano per il loro tesoro.
Il brutto  che lo provano davvero, ma  amore malato, non diverso da quello dei gelosi ossessivi-possessivi (anche loro, ricordiamolo, sostengono sempre di agire per amore. Anche quando magari l'oggetto di questo amore lo picchiano, o addirittura lo ammazzano).
I cani bambinizzati possono reagire alla loro infelicit in modi totalmente diversi: c' quello che si trasforma in Mr Hide, cominciando a ringhiare e mordere, e quello che si chiude in se stesso, rinunciando a vivere da cane e diventando davvero una sorta di parodia di un bambino (Lo vede? Non sono io,  lui che mi chiede di prenderlo in braccio!).
Il fatto che il cane chieda di salire in braccio o perch  stato terrorizzato dal mondo (Vieni via, che quel cagnone ti mangia!, Vieni via, che i bambini sono cattivi e fanno i dispetti!, Stai sempre e solo al guinzaglio, perch altrimenti mi potresti scappare!, ecc.), o perch ha capito che questo  ci che vuole l'umano, e quindi si sforza di accontentarlo, non attraversa neppure per un momento la mente dei bambinizzatori (che molto spesso sono donne, ma non sempre e non solo).


Problemi reali, problemi solo umani, problemi inventati.

Ho gi trattato questo argomento in un altro libro (Oh my dog!, DeVecchi Editore) e non vorrei ripetere le stesse cose... ma una devo per forza ribadirla: i veri problemi comportamentali, quelli che possiamo definire realmente patologici, sono decisamente rari.
E rare sono anche le patologie organiche che portano come conseguenza serie modificazioni caratteriali.
La pi grave in assoluto, l'idrofobia (rabbia),  fortunatamente scomparsa dal nostro paese e comunque la si pu prevenire con la vaccinazione.
 possibile riscontrare per altre patologie di tipo neurologico (meningoencefaliti, idrocefalo, neoplasie...) oppure endocrino (ipotiroidismo, iperadrenocorticismo...), che devono essere identificate e curate (quando possibile) prima di pensare a qualsiasi terapia di tipo comportamentale.
Molto pi spesso, per, educatori, addestratori, comportamentalisti si trovano a dover risolvere problemi che sono tali solo per il proprietario, mentre per il cane sono comportamenti assolutamente normali.
Il cane che abbaia e basta (non quello che abbaia incessantemente, perch quello un problemino forse ce l'ha), il cane che tira come un ossesso, a costo di strozzarsi, il cane che scappa o quello che litiga con i suoi simili... sono normalissimi cani che si comportano secondo il loro normalissimo etogramma (l'insieme dei comportamenti che caratterizzano la sua specie).
 il proprietario a vivere queste manifestazioni come problematiche. E purtroppo, in molti casi,  stato lo stesso proprietario a crearle (per esempio, sottovalutando l'importanza di un'educazione precoce, o convincendosi che per il cane adulto ormai sia troppo tardi per imparare qualcosa: convinzione sbagliatissima, perch i cani imparano a qualsiasi et).
In altri casi, sono stati umani diversi dal proprietario a causare il problema (vedi, per esempio, casi di maltrattamenti precedenti, legati anche a maldestri tentativi di educazione/addestramento, che inducono aggressivit verso l'uomo), per sempre colpa degli umani  stata.
Anche in queste occasioni, il cane non ha alcuna patologia, ma si comporta in base a ci che le esperienze precedenti gli hanno insegnato.
Non  facilissimo distinguere tra veri problemi comportamentali, patologici o indotti che siano, e semplici errori di educazione-gestione.
Si tendono comunque a considerare come problemi reali l'aggressivit intraspecifica (ovvero verso gli altri cani), o interspecifica (rivolta quindi all'uomo), le sociopatie (ansia/paura/fobia degli esseri umani o degli altri cani), le compulsioni e le fobie (paura di botti, spari, temporali, paura dell'automobile ecc.).
Sono invece non-problemi, o per meglio dire problemi visti come tali solo dal lato umano, cose come l'abbaio, le fughe, l'indisciplina al guinzaglio, le disobbedienze, alcuni comportamenti distruttivi, l'aggressivit verso animali diversi dagli altri cani.
Per intenderci, il cane che vuole inseguire il gatto non  un cane malato:  un cane che fa il cane.
Ovviamente noi viviamo male la cosa se il gatto appartiene ai nostri vicini, e la viviamo malissimo se il gatto appartiene a noi e gli siamo affezionati, ma per il cane quella  soltanto una preda che lui, da bravo predatore, si sente non solo autorizzato, ma addirittura in dovere di cacciare.
Una cosa molto importante da ricordare, infatti,  che la maggior parte delle cose che noi vorremmo dal nostro cane hanno pochissimo senso per lui.
Stare seduto e fermo nel bel mezzo di una festa di bambini, dove tutti corrono e giocano? Ma siamo pazzi?
Ignorare il gatto di cui sopra, o peggio ancora far finta di non vedere la cagnetta in calore? Stiamo scherzando?
Al cane la stragrande maggioranza delle nostre richieste appare assolutamente folle: per questo  cos importante che ci stimi e ci rispetti al punto di pensare: Se mi chiede di fare una cosa che mi sembra tanto pazzesca, avr ragioni che mi sfuggono, ma che devo prendere per buone. Quindi forse  il caso che gli obbedisca.
In realt, molto spesso,  davvero il caso.
Il non attraversare la strada per andare da quella meravigliosa cagnetta impedisce che il cane finisca sotto una macchina... ma noi lo sappiamo e lui no. Lui non  in grado di capire da solo che le macchine rappresentano un pericolo. Lui pensa solo che gli stiamo imponendo qualcosa che va contro ogni logica canina (addirittura contro un bisogno primario, quello della riproduzione!).
Affinch il cane obbedisca al nostro non andare dalla cagnetta occorre che abbia un atteggiamento quasi religioso nei nostri confronti: dobbiamo rappresentare proprio il suo Dio, non solo in senso metaforico. Dobbiamo essere quel Qualcuno a cui si obbedisce anche se non arriviamo a capirne le logiche e le motivazioni, perch comunque riteniamo che siano l'espressione di una volont superiore e, in assoluto, giusta.
Non  certo facile ottenere che il cane ci veda in questo modo, e non  questa la sede giusta per parlarne, ma di sicuro ci sono due presupposti da cui partire:
* Anche se ci considera un Dio, il cane non obbedir se non capisce quello che gli stiamo chiedendo.
* Se il cane riceve indicazioni diverse dai diversi membri della famiglia, si trover nel bel mezzo di un conflitto tra divinit. E non sapendo pi a quale dar retta finir per fare di testa sua.
C' un concetto fondamentale che ho gi espresso nell'altro mio libro sopra citato e che voglio ribadire anche qui, con forza: il cane problematico (esclusi ovviamente quelli affetti da patologie organiche)  quasi immancabilmente un cane confuso.
Semplicit, chiarezza e coerenza (tra i vari membri del branco-famiglia, ma anche nel comportamento della stessa persona in tempi diversi) sono ingredienti fondamentali per evitare che i problemi comportamentali insorgano. E, se gi sono insorti, diventano altrettanto fondamentali per procedere alla loro risoluzione.
Visto da vicino nessuno  normale.
Franco Basaglia


Compagni di stanza (in psichiatria).

Sull'esistenza di convergenze mentali fra uomo e cane abbiamo provato a fare luce nei capitoli precedenti.
Si  visto che alcune sono reali, altre presunte, altre ancora semplicemente frutto e interpretazione della psico-cinologia ingenua. Le riflessioni e le evidenze riportate non hanno ovviamente delineato al centimetro quanto le menti di queste due specie siano uguali o diverse, n siamo forse riusciti a uscire totalmente dalle nostre comode vesti antropocentriche.
Fatto sta che, dopo aver tentato di comparare la mente umana e quella canina, viene da s andare a cercare convergenze e divergenze anche rispetto al funzionamento patologico di queste menti.
Ebbene s,  corretto parlare di psicopatologia non solo in riferimento ai disturbi mentali umani ma anche a quelli canini. Condividiamo con Fido un lungo percorso evolutivo, l'ambiente in cui viviamo, alcune funzioni e strutture mentali e, oltre a essere compagni di vita, rischiamo di essere anche compagni di stanza... nel reparto psichiatrico, appunto.
Prima di addentrarci fra i principali e bizzarri disturbi mentali che ci accomunano, dobbiamo per porci la prima, fondamentale, domanda: soffriamo di disturbi simili nell'espressione della sintomatologia, oppure sono proprio gli stessi disturbi?
Rischiamo di confondere le cose e incorrere in conclusioni sbagliate semplicemente perch  rassicurante pensare che le deviazioni dalla norma non riguardino solo la nostra mente ma anche quella degli animali, o quantomeno quelli pi vicini a noi e che percepiamo come pi simili.
Di fatto, i medesimi termini clinici sono impiegati per definire alcune psicopatologie pi comuni: possiamo parlare di fobie, compulsioni, iperattivit, comportamento antisociale, sia riferendoci agli esseri umani sia riferendoci ai cani.
Individuare l'origine delle similarit psicopatologiche fra cane e uomo nella stretta convivenza fra le due specie, e quindi nella condivisione dell'ambiente sociale e di sviluppo, sembra essere un'ipotesi pi che plausibile.
In realt, mentre alcune di queste patologie sono veramente molto simili nelle due specie, altre sono pi adattamenti umanizzati per definire e spiegare anomalie comportamentali specifiche del cane.
In questo capitolo ci occuperemo solo di quelle pi esemplificative e diffuse: le fobie e le compulsioni.


Fobie a quattro zampe.

Le fobie si manifestano praticamente nello stesso modo nei cani e negli umani. In entrambi sono caratterizzate da un'ansia intensa e persistente provocata dall'esposizione a un oggetto o a una situazione ritenuti particolarmente minacciosi.
Un'ansia che va ben oltre la sua naturale e sana funzione di emozione che  allo stesso tempo preventiva e reattiva, ovvero quella di segnalare che potrebbe esserci un pericolo e di migliorare le nostre prestazioni preparandoci all'azione.
La risposta fobica pu manifestarsi di fronte a una minaccia reale, ma anche in assenza di minaccia o come paura di aver paura. Spesso determina condotte di evitamento, che consistono nel sottrarsi a situazioni ed eventi temuti per non trovarsi ad affrontare l'emozione negativa che ne deriva; oppure si manifesta in casi pi gravi in forma generalizzata, in risposta a qualsiasi variazione dell'ambiente interno o esterno.
Nel cane come nell'uomo, la risposta fobica pu strutturarsi a seguito di condizionamento/rinforzo delle manifestazioni di paura.  il caso in cui un animale che esprime legittimamente paura di fronte a uno stimolo percepito come minaccioso viene confortato dall'uomo con coccole o cibo. Sebbene l'intento sia quello di rassicurarlo, l'effetto che si ottiene  esattamente l'opposto.
Prendete in braccio e accarezzate il vostro peloso durante un temporale al primo segnale di paura e il messaggio che ricever sar con ogni probabilit questo: Bravo, fai bene a tremare di paura! Il temporale  estremamente pericoloso e sia io che te rischiamo di non sopravvivere.
La risposta fobica pu strutturarsi inoltre a causa di una scorretta o disfunzionale interpretazione degli stimoli che provengono dall'esterno, anche a seguito di deficit sensoriali relativi a vista o udito.
Un deficit visivo parziale, ad esempio, sebbene il cane possieda un olfatto incredibile con cui esperisce il mondo in maniera prioritaria, pu far s che uno stimolo appaia troppo repentinamente nel suo campo visivo, spaventandolo; oppure, e questo anche in caso di completa cecit, una visione assente o distorta delle cose pu dare luogo a fraintendimenti, nel senso che il cervello fa fatica a integrare coerentemente l'informazione olfattiva con quella visiva, dando luogo a una percezione complessiva distorta dello stimolo stesso, che cos pu essere erroneamente interpretato come minaccioso.
Nel caso di sviluppo in un ambiente povero di stimoli, dove contatti ed esperienze sono carenti, completamente assenti o eccessivamente statici e prevedibili, il cane ha un vero e proprio deficit nella struttura cerebrale relativo all'organizzazione delle informazioni e alla risposta emozionale (sindrome da deprivazione sensoriale).
La fobia assume allora un carattere di generalit, nel senso che riguarda allo stesso tempo il rapporto con l'uomo, con l'ambiente e con i propri simili.
Inoltre porta con s numerosi correlati negativi che vanno da veri e propri disturbi dell'apprendimento a uno stato di ansia semi-permanente, da una marcata incapacit di adattarsi a qualsiasi modifica ambientale fino a comportamenti iperaggressivi o di ipervigilanza.
In tali condizioni il cane  letteralmente imprigionato nelle proprie paure.
La fobia  forse la patologia che presenta maggiori somiglianze fra uomo e cane anche perch coinvolge parte dei sistemi cerebrali che condividiamo, ovvero quello che abbiamo chiamato cervello emozionale.
Perfino il trattamento del disturbo presenta delle analogie, sebbene con un indice di successo maggiore negli umani rispetto ai cani.
Sappiamo infatti che, nell'uomo, si ottiene la risoluzione del problema nel 90-95% dei pazienti trattati con Terapia Breve Strategica (vedi pagina 154 e seguenti), cosa che non avviene nel cane, dove strascichi e ombre restano comunque presenti e relativamente invalidanti in moltissimi casi (soprattutto in quelli di sindrome da privazione sensoriale).
Ci pu essere dovuto a una serie di fattori, fra i quali possiamo individuarne due principali.
Il primo  il fatto che il decorso, nel recupero comportamentale del cane, non dipende solo da lui, ma anche dall'intervento dei proprietari che devono aderire alle prescrizioni del professionista ed evitare tutti quei comportamenti che, seppur attuati in buona fede, alimentano il problema invece che attenuarlo.
Per esempio, come si  visto, rinforzare la paura con coccole e carezze con l'intento di confortare il cane, oppure non farlo uscire per proteggerlo, o al contrario lanciarlo letteralmente nel cuore della sua paura col proposito di sottoporlo a una esposizione fai da te.
Il secondo problema riguarda la motivazione al trattamento, indispensabile per un percorso di recupero: pu essere presente nell'umano, il quale trovando la propria condizione invalidante si lascia accompagnare dal terapeuta attraverso un percorso di cambiamento.
Il cane, invece, affronta il proprio recupero rimanendo convinto che starsene in un angolino a tremare o a ringhiare sia una soluzione pi che sufficiente.
Per il cane, quindi, non potendo contare su di una motivazione personale, oltre all'approccio farmacologico si pu ricorrere solamente a tecniche di desensibilizzazione ed esposizione progressiva allo stimolo e/o tecniche di controcondizionamento.
Nel processo di desensibilizzazione per esposizione, l'animale viene avvicinato in modo molto progressivo allo stimolo. Ogni determinata distanza viene mantenuta finch, subentrando l'abitudine, lo stimolo non scatena pi la risposta ansiosa, e solo a tal punto si procede ad accorciarla ulteriormente.
Durante le esposizioni  inoltre possibile praticare un training di controcondizionamento, ovvero rinforzare nell'animale tutti i comportamenti, anche casuali, alternativi alla risposta fobico-ansiosa.


Il Disordine Compulsivo Canino.

Uomo e cane condividono anche uno dei disturbi pi bizzarri in assoluto, il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), strettamente correlato con i disturbi ansiosi.
Nell'essere umano consiste nella irrefrenabile compulsione a mettere in atto comportamenti o pensieri in modo ripetitivo e ritualizzato, per citare Giorgio Nardone, uno dei massimi esperti in materia.
E solitamente questi comportamenti hanno un diretto legame con l'ansia e la paura. Ne sono classici esempi: tornare a controllare cento volte i rubinetti dell'acqua e del gas perch si teme un allagamento o un'esplosione; eseguire ripetutamente un rituale che si ritiene propiziatorio; oppure camminare evitando accuratamente le fughe tra le mattonelle per il timore irrazionale che altrimenti possa accadere qualcosa di terribile.
Il corrispettivo disturbo del cane viene definito Disordine Compulsivo Canino (DCC) e solitamente si manifesta attraverso l'esecuzione di comportamenti ripetitivi disfunzionali come mordere l'aria, rosicchiarsi ossessivamente il pelo o i fianchi, inseguire la propria coda, le ombre o le luci, masticarsi o leccarsi a sangue le zampe.
Lo stato ansiogeno accentuato e le manifestazioni comportamentali ripetitive e apparentemente irragionevoli sono dunque comuni tra uomo e cane che soffrono di questo tipo di disturbo. Il quale deriva probabilmente da una base biologica comune nelle due specie, che infatti rispondono in maniera abbastanza simile alla terapia farmacologica.
In particolare, negli esseri umani il DOC  individuato come un disordine serotoninergico, ovvero legato a una disfunzione nella trasmissione neuronale della serotonina, conosciuta anche come ormone della felicit. E cos nel cane lo sviluppo del DCC sembra essere strettamente associato a uno stile di vita caratterizzato da insufficiente attivit fisica, limitate relazioni sociali, scarse o inesistenti attivit di stimolazione mentale.
Tutte condizioni che non favoriscono la produzione di grandi quantit di serotonina e che finiscono per innescare la psico-trappola dei comportamenti stereotipati e dei rassicuranti rituali.
Ma tra le due specie esistono anche differenze sostanziali ed evidenti, che  opportuno precisare, relativamente alle cause del disturbo, alla sua espressione e alle possibilit di trattamento.
Mentre abbiamo visto che nel cane il disturbo tende a strutturarsi su basi biologiche e, soprattutto, ambientali, nell'uomo, pur se una base biologica continua a costituire un fattore di rischio,  la componente psichica a giocare spesso un ruolo cruciale.
Giorgio Nardone, padre della Terapia Breve Strategica, individua la genesi del DOC in un bisogno irrefrenabile di avere il controllo della realt, che si esprime in una serie di azioni o pensieri rituali e descrive varie possibili modalit di attivazione del disturbo. Dalla messa in atto, per risposta a una situazione vissuta come problematica o a seguito di un evento traumatico, di una serie di soluzioni che si strutturano come ossessioni irrefrenabili (per esempio, disinfettarsi per la paura di contagio), allo sviluppo di rituali propiziatori o riparatori finalizzati a creare un senso di sicurezza o a espiare un senso di colpa (per esempio, lavarsi con acqua gelida in seguito a una pulsione erotica ritenuta inappropriata). Dalla manifestazione di un controllo ossessivo di tutte le variabili in vista dell'esecuzione di un compito, alla ripetizione di atti di sana prevenzione condotti all'estremo, (per esempio, azioni comuni come la pulizia della casa o o la verifica della salute di un figlio).
Come si nota, in tutte queste modalit di attivazione e manifestazione del disturbo si presentano ossessioni e compulsioni di tipo preventivo, riparatorio e propiziatorio che presuppongono il possesso, a livello mentale, di una dimensione temporale che prevede anche il futuro e che non appartiene in alcun modo alla mente canina.
 perci evidente che tali modalit non possono appartenere alla mente del cane il quale, come abbiamo visto nei capitoli precedenti, manca di una dimensione psichica cos evoluta e in particolare non  in grado di fare inferenze, cio di passare da una proposizione accolta come vera a una seconda proposizione la cui verit  derivata dal contenuto della prima.
Alla mente del cane, in conclusione, non possiamo attribuire pensieri ossessivi ma solo l'aspetto riparatorio della compulsione, ovvero l'innesco di comportamenti stereotipati e ripetitivi come risposta finalizzata alla riduzione dello stress e al ripristino di un livello accettabile di attivazione psicofisiologica e di stabilit emotiva.
Nel cane, quindi, sembra che l'espressione di comportamenti stereotipati e ripetitivi assomigli pi a quella dei soggetti umani affetti da autismo, piuttosto che a quella di coloro che presentano un DOC vero e proprio.
Va da s che nelle due specie anche i trattamenti del disturbo, se escludiamo quello farmacologico, sono decisamente diversi. Infatti, mentre nell'uomo la maggior efficacia sembra essere attribuibile alla psicoterapia secondo il modello di Terapia Breve Strategica, basata fondamentalmente sul guidare il paziente al cambiamento insegnandogli a passare da una realt che si subisce a una realt che si costruisce e gestisce, nel cane  consigliabile arricchire l'orizzonte cognitivo ed emotivo della sua esistenza, offrendogli maggiori possibilit di interazioni sociali e stimolazione fisica e mentale (protocollo comune a molte patologie comportamentali del cane).
L'unico elemento che sembra accomunare il trattamento nelle due specie  quello relativo al non-rinforzare tali comportamenti ma, anche in questo caso, esiste una sostanziale diversit definita inevitabilmente dalle differenze psichiche che caratterizzano uomo e cane.
Mentre il rinforzo della stereotipia o compulsione nel cane si pu disinnescare attraverso tecniche di matrice esclusivamente comportamentale, nell'uomo ci avviene anche per mezzo di particolari tecniche basate sulla sua capacit di mentalizzazione. Nel paziente umano, infatti, si possono mettere in atto interventi che interrompano le tentate soluzioni disfunzionali attraverso specifiche manovre terapeutiche basate sul linguaggio e sulla suggestione.
Il cane invece non pu essere condotto a riflettere su se stesso e sul suo rapporto con gli altri mediante il linguaggio.


La sindrome della suzione del fianco
di Valeria Rossi.

La sindrome della suzione del fianco, uno dei pi fastidiosi disturbi compulsivi canini,  stata particolarmente osservata nel Dobermann (tanto che viene proprio definita, da alcuni autori, sindrome del Dobermann succhiatore), ma  presente anche in altre razze: dopo aver ruotato pi volte su se stesso, il cane comincia prima a leccare e poi a prendere direttamente in bocca la plica del fianco (o della grassella, la zona dell'arto posteriore corrispondente alla rotula). Il risultato  che la pelle comincia a irritarsi, poi a screpolarsi e ulcerarsi.
La patologia viene descritta come psicodermatosi, ovvero come malattia della pelle con cause psicologiche, e l'approccio tradizionale da parte del medico veterinario  basato su ansiolitici e antiepilettici. In realt, l'approccio comportamentale si dimostra immensamente pi efficace.
Il dobermann Twist, acquistato in un ottimo allevamento, viveva in un grande recinto adiacente l'abitazione della famiglia. Purtroppo la famiglia aveva molto poco tempo da dedicargli e quindi era molto frequente che gli esseri umani apparissero alla vista del cane, restando indifferenti alle sue richieste di attenzione, che il cane ha finito per autosoddisfare con manifestazioni di leccamento-succhiamento.
Il lavoro dell'addestratore  stato quello di ricreare quotidianamente la situazione da solo all'interno di un recinto mentre le persone gli passano vicino, proponendo per al cane una quantit di stimoli attivatori delle sue doti naturali, come temperamento e combattivit (giochi col salamotto da mordere), curiosit (prove di ricerca olfattiva), docilit e socialit (contatti appaganti con l'essere umano). Importanti sono stati anche i contatti con altri cani: gi il secondo giorno, in loro presenza, il cane cominciava a trovare stimoli diversi dall'autoleccamento.
L'addestratore Massimo Giunta spiega cos il lavoro svolto: Mi sono concentrato nell'insegnare a Twist che, se anche lasciato da solo in un recinto, all'interno di un kennel o legato a un palo, poteva essere sicuro al 100% che poi sarebbe stato riavvicinato da me e che avremmo fatto qualcosa di bello insieme.
La sua fiducia doveva essere assoluta, e arrivare a questo non  stato facile: ha richiesto pi di un anno. Per, fin dall'inizio, abbiamo potuto verificare i progressi, man mano che si trovavano meno segni di leccamento e masticazione del suo fianco.
Durante il percorso riabilitativo il cane  stato testato in diverse situazioni: da solo nel recinto con umani a vista oppure senza la presenza di umani (anche per diverse ore); uno degli ultimi test ha previsto addirittura una situazione di estremo stress (una palla con cui non poteva giocare, perch la rete glielo impediva, e gli umani irraggiungibili fuori dal recinto). Anche questa prova  stata superata brillantemente da un cane che ormai aveva recuperato la sua fiducia nel fatto che, comunque, non sarebbe pi stato ignorato. Inutile dire che la tortura della palla  stata poi debitamente compensata dalla possibilit di giocare a pi non posso, correndo a perdifiato nel campo di addestramento (come sempre accade, il gioco  stato il protagonista principale di tutto il percorso riabilitativo)!


Solcare il mare all'insaputa del cielo.

Nella mia carriera di educatore cinofilo e psicologo al tempo stesso ho potuto sperimentare modalit di intervento sul cliente-cane che, negli anni, mi hanno offerto risposte efficaci a problemi altrimenti di difficile soluzione, non a causa di una particolare patologia comportamentale del cane ma, pi spesso, a causa della rigidit mentale e dell'errata percezione di alcuni proprietari.
In questi casi, il passaggio da una realt che si subisce a una realt che si costruisce e gestisce si  puntualmente dimostrato un ottimo obiettivo terapeutico ed educativo per i binomi in questione.
Mi capita con buona frequenza di imbattermi in situazioni nelle quali il cane manifesta comportamenti apparentemente problematici solo in mano al proprietario e non in mano ad altri, me compreso, senza che sia valida una spiegazione di tipo squisitamente gerarchico, ovvero senza che questi derivino da uno squilibrio nella gerarchia in ambito familiare.
Fra i comportamenti tipici in questo senso ci sono: tentativi di pinzata o manifestazioni aggressive verso umani o altri cani in passeggiata, tiraggi al guinzaglio e alcune particolari espressioni tipiche delle fobie manifestate da cani, ovviamente, non fobici. In questi particolari casi, che un'accurata diagnosi permette di non confondere con manifestazioni psicopatologiche vere e proprie,  in realt il proprietario a creare e alimentare il problema.
La soluzione sta nel modificarne l'atteggiamento aggirando le sue resistenze psicologiche (il problema ce l'ha il cane, non io!) e sfruttando, a volte, i suoi schemi disfunzionali a favore del cane.
Un caso in particolare  esemplificativo di questa innovativa applicazione di tecniche di trattamento sviluppate per gli umani adattate alla risoluzione di problemi di gestione del cane: il caso di Max e la Signora F.
La Signora F. mi contatta per un problema di aggressivit mostrata da Max, cane corso di 13 mesi, durante le passeggiate nei confronti di qualsiasi altro cane presente nella strada. Ogni volta che appare un cane o lo incrociamo, Max inizia a tirare al guinzaglio e gli abbaia contro. Lo fa anche se il cane  sul marciapiede opposto, o se ne sta tranquillo per gli affari suoi. Io lo sgrido, gli urlo che non si fa. Poi lo strattono ma... niente. Alla fine devo cambiare proprio strada. Ultimamente usciamo solo in orari in cui le strade sono vuote: la mattina prestissimo o la sera molto tardi. Per il resto evito proprio di uscire.
Organizzo allora una passeggiata sul lungomare per Max e la Signora F. a met pomeriggio.
Osservando la coppia, dieci metri avanti a me, riesco a vedere gli scatti di Max.
Decido di prenderlo in mano facendo allontanare la Signora F. e comincio a camminare con lui in silenzio. Incrociamo prima un cane nel marciapiede opposto, poi un altro che cammina in direzione contraria alla nostra. Max si irrigidisce per un attimo ma poi continua a camminare allegramente senza fare sceneggiate di alcun genere e, per il resto della passeggiata, si limita a osservare gli altri cani che ci capitano a tiro senza esibire alcun comportamento aggressivo.
 di nuovo il turno della Signora F.: stesso copione di prima, ma stavolta mi concentro a osservare la donna invece che Max. Alla vista di ogni quadrupede peloso, grande, piccolo, vicino o lontano, la Signora F., senza accorgersene, accorcia il guinzaglio, rivolge lo sguardo in direzione del cane target senza quasi battere le palpebre, trattiene per un po' il respiro, poi comincia a borbottare qualcosa a Max... ed eccolo l che infatti si blocca, direziona lo sguardo anche lui e inizia a produrre segnali minacciosi e ad abbaiare verso l'altro cane.
Interrompo la loro passeggiata, ci sediamo su un muretto e, rivolgendomi alla Signora F. le dico: Credo di aver visto abbastanza, in effetti la situazione  decisamente fastidiosa e, se continua cos, pu diventare anche pericolosa. Vorrei farle provare una tecnica abbastanza nuova e poco conosciuta che probabilmente la aiuter a risolvere il suo problema con Max, se me lo permette. Ma dovr fidarsi di me ed eseguire coscienziosamente tutto quello che le dico.
Certamente risponde la signora con aria perplessa.
Allora - proseguo dandole la prescrizione - adesso io me ne andr via perch  tardi e devo assolutamente riprendere le mie figlie dai nonni e fare la spesa, ma lei dovr tornare fino alla sua auto con Max facendo esattamente quello che dico.
Siccome penso che Max abbia un problema anche con gli umani oltre che con i cani, ma solo con certe tipologie di umani, vorrei che lei, tenendo Max con il guinzaglio morbido - non in mano mi raccomando, ma legato in vita - cercasse di fare una specie di inventario dei tipi di persone che incrocia.
Dovr farlo con gli uomini e non con le donne, cercando di contare a mente quelli alti, quelli bassi, quelli grassi, quelli magri, quelli con gli occhiali e quelli con la barba, cercando di capire a quali tipologie di uomo Max reagisce.
Non riuscir a tenere tutto a mente, perci le suggerisco di aiutarsi con il registratore vocale del suo smartphone, in modo che stasera, a casa, potr riportare tutto su un foglio di carta per poi consegnarmelo la settimana prossima, quando verr a lezione.
Ha capito bene? Ho assolutamente bisogno di quell'elenco per aiutarla. Dovr ripetere questo esercizio a ogni passeggiata, per tutta la settimana. Arrivederci.
Mi allontano lasciando la Signora F. sul lungomare pieno di gente, con un'aria attonita.
La settimana successiva si presenta a lezione al centro di educazione cinofila dicendo: Mi scuso, ma non sono riuscita a trascrivere tutto, non ne ho avuto proprio il tempo, ma ho tutte le registrazioni nella memoria del telefono, s... quelle dei primi tre giorni perch poi non ho pi registrato. Comunque  successa una cosa strana, quel giorno: Max non ha pi fatto il cretino per tutto il resto della passeggiata e nemmeno per il resto della settimana. Sembra che questa cosa gli sia passata.
A quel punto rassicuro la signora dicendole che, se Max non fa pi il cretino come dice lei, non ho pi bisogno dei suoi dati e le spiego a che cosa  servita quella strana prescrizione: Max esibiva quella che viene definita la profezia che si auto-avvera, non senza la sua inconsapevole complicit. Lei pensa che Max inizier a litigare, e lui lo fa. I primi episodi di diffidenza mostrati da Max hanno probabilmente creato in lei una paura, in qualche modo anche giustificata, che lui combinasse qualcosa di spiacevole o che lei potesse perdere il controllo sul cane facendo qualche danno. Quindi, ogni volta che lei vede un cane, inconsapevolmente invia dei segnali chiari di preoccupazione che Max recepisce e ai quali reagisce mettendosi sulla difensiva. Lei forse non se ne sar accorta, ma incrociando altri cani accorciava il guinzaglio fino a tirarlo, creando tensione anche a Max; si protendeva con lo sguardo e col corpo verso il bersaglio designato e a quel punto eravate entrambi pronti per la guerra.
 bastato distogliere la sua attenzione dalla ricerca visiva di cani da scansare, spostandola su un compito tanto impegnativo quanto inutile, per evitare che lei inviasse tutti quei segnali di guerra a Max. In questo modo i suoi comportamenti sono cessati.
Solcare il mare all'insaputa del cielo, uno stratagemma mutuato dalle antiche arti belliche cinesi utilizzato per ingannare gli avversari mostrando il falso e celando il vero (per esempio, nascondendo armamenti o truppe) al fine di cogliere il nemico di sorpresa e sconfiggerlo.
Nel nostro caso, il nemico non  il comportamento del cane, ma le resistenze e le percezioni disfunzionali attuate dal proprietario, che iniziamo a debellare indirizzandole su falsi obiettivi attraverso quello che in psicoterapia viene definito un benefico inganno.


Inedite convergenze terapeutiche.

Nell'esempio appena fatto, cane e umano non sono trattati come entit separate nell'espressione del comportamento problematico e nel percorso di rieducazione/cura, bens tenendo conto del fatto che ciascuno influenza l'altro.
Per andare oltre, se  vero che l'uomo  un animale sociale, cos come il cane, e se gli animali sociali in quanto tali vivono in gruppi che possiamo considerare famiglie, l'approccio al sistema-famiglia pu aiutarci a interpretare, e spesso a risolvere meglio, alcune dinamiche comportamentali che coinvolgono pi membri di tali gruppi.
Ma  doveroso fare una piccola premessa autobiografica.
L'incontro con mia moglie Annalisa, psicoterapeuta a indirizzo sistemico familiare,  stato uno dei momenti illuminanti anche della mia vita professionale. Al tempo io mi occupavo esclusivamente di addestramento ed educazione cinofila e percepivo in alcuni casi, che definirei particolari, l'assenza di alcune tessere del puzzle.
Mi spiego meglio: a volte, anzi frequentemente, mi sono trovato a lavorare con clienti proprietari di cani che di strano, a livello psicologico o comportamentale, non avevano proprio un bel niente. Per assurdo, erano proprio quei casi in cui il risultato finale non mi dava mai la soddisfazione completa di aver sistemato tutta la situazione perbenino.
Le chiacchiere serali con mia moglie, alla quale raccontavo alcune di queste situazioni, avevano per cominciato a far emergere riflessioni interessanti circa l'inevitabile coinvolgimento dei cani all'interno delle dinamiche delle famiglie umane, portandomi di volta in volta a prestare sempre pi attenzione a queste ultime durante il lavoro con cane e proprietario (o meglio, a questo punto, proprietari).
Nei miei racconti puramente aneddotici, Annalisa ritrovava frequentemente analogie col proprio lavoro di terapeuta familiare e da questi confronti professionali iniziavamo alcune interessanti comparazioni, andando a rilevare nel mio lavoro di educatore cinofilo, che ha a che fare quotidianamente con cani e famiglie di umani con problemi pi o meno grandi di convivenza, elementi tipici della psicoterapia familiare.
In realt, terapia familiare ed educazione cinofila mostrano obiettivi e metodologie molto simili. La prima mira a restituire al sistema in difficolt la capacit di affrontare i suoi problemi, utilizzando le risorse e le energie positive della famiglia, spesso sopite e inattive, in modo che essa stessa possa diventare artefice del proprio cambiamento; la seconda dovrebbe avere come obiettivo quello di restituire al proprietario in difficolt la capacit di affrontare i problemi con il suo cane utilizzando le proprie risorse ed energie positive.
Il successo di entrambe coincide con la giusta ridefinizione dei ruoli, col riappropriarsi della propria identit e funzione da parte di ciascun membro del sistema.
Confrontandomi con mia moglie ho dunque realizzato di avere bisogno di una formazione in ambito di psicologia umana: non avrei pi potuto farne a meno.


Fido nel sistema-famiglia.

La storia di ogni nucleo familiare costituisce un complesso e unico intreccio di storie individuali, legami intergenerazionali ed esperienze condivise tenuti insieme da fili invisibili che legano passato, presente e futuro.
Ma ogni famiglia, in quanto forma sociale primitiva, sta insieme per assolvere alcuni compiti necessari alla sopravvivenza dei suoi membri. E per farlo presenta generalmente una divisione dei ruoli e un'organizzazione specifica che nel corso del tempo variano e si adattano, tendendo a evitare i cambiamenti percepiti come destabilizzanti.
La famiglia pu quindi essere considerata un sistema che non coincide con la somma dei suoi elementi e che inoltre ha continui scambi con l'ambiente esterno, costituito a sua volta da una pluralit di sottoinsiemi che interagiscono tra loro. Un sistema in cui ogni membro  in stretta connessione con gli altri e ciascuno genera una serie di eventi che si ripercuotono sull'intero sistema, il quale tende a evolversi mantenendo un equilibrio.
Sono le regole familiari, ovvero l'inconsapevole complesso di aspettative che determina il comportamento di ogni membro, a definire il ruolo di ciascuno. E anche a garantire ai singoli, se i ruoli sono sufficientemente chiari e definiti, la possibilit di esercitare la propria individualit pur percependo il contatto e la vicinanza con gli altri.
Tutto questo vale anche per il cane, che viene spesso percepito, oltre che come amico, figlio, confidente, compagno e molti altri termini connotati da un inguaribile antropomorfismo, come autentico membro della famiglia. E nella maggioranza dei casi funge da collante, aumentandone la coesione, tanto da vederlo di frequente coinvolto nei rituali e nelle cerimonie familiari.
Per esempio, a molti cani  dedicata una festa di compleanno vera e propria, con tanto di torta e amici pelosi, e non  poi cos raro che il cane, lucidato di tutto punto, partecipi al matrimonio dei suoi proprietari.
L'inserimento di un cane nel nucleo familiare offre importanti opportunit di trovare nuovi e pi soddisfacenti equilibri riguardo a norme e ruoli, e di accrescere le capacit comunicative e le abilit di problem solving. Per contro, possedere un cane pu diventare altrettanto facilmente una fonte di conflitti, soprattutto in sistemi familiari caratterizzati da confini confusi o troppo rigidi. All'interno di questi possono svilupparsi attriti fra i membri relativamente ad aspetti come la cura dell'animale, l'alimentazione, l'igiene, il rispetto delle regole e delle limitazioni.
La dicotomia permesso/divieto di dormire sul letto ne  forse l'esempio pi classico.
Date queste premesse, alcuni problemi comportamentali del cane, quando non direttamente riferibili a patologie di natura organica o a una gestione sbagliata dell'animale, possono essere ricondotti ad aspetti disfunzionali dell'organizzazione familiare.
Bisogna per considerare che ogni sistema-famiglia ha credenze e convinzioni proprie che dipendono dalle personalit dei singoli membri, unitamente a specifiche tradizioni, livello socio-culturale, ambiente di vita.
Perci il comportamento del cane pu assumere valenze diverse a seconda del sistema di cui fa parte: il problema viene infatti a essere definito anche, e soprattutto, in base alla percezione che ne ha famiglia o il proprietario.
Basti pensare, per esempio, a una famiglia che vive come problematico l'abbaiare del proprio cane quando qualcuno si avvicina alla casa, mentre il medesimo comportamento pu rappresentare un'auspicata funzione protettiva per altre famiglie.


Le emozioni sotto il tetto.

Chiunque abbia lavorato con cani e proprietari avr osservato come proprietari ansiosi tendono ad avere cani ansiosi, anche se non  ben chiaro se ci sia l'effetto di convergenza nel tempo (chi va con lo zoppo...), oppure sia dovuto a una selezione inconsapevole di somiglianze caratteriali al momento della scelta dell'animale.
Ma andando oltre il binomio cane-proprietario,  la situazione dell'intero sistema famiglia dal punto di vista emotivo che sembra spesso riflettersi sul comportamento degli animali, e del cane in particolare.
E viceversa, certi comportamenti anomali del cane possono essere considerati a pieno titolo un indicatore di stress o disfunzionalit della famiglia.
Intervistando proprietari di animali domestici, la psichiatra americana Ann Ottney Cain ha rilevato che in situazioni di crisi familiari o caratterizzate da alti livelli di ansia, alcuni animali possono manifestare sintomi fisici come vomito, diarrea, inappetenza, e mostrare reazioni comportamentali anomale come iperattivit, irrequietezza, ansia, abbaio eccessivo, ipercinesia, iposonnia, ritiro sociale o fobie di gravit tale da richiedere trattamenti anche di tipo farmacologico.
La stessa studiosa ha poi osservato che le famiglie caratterizzate da uno stile iperprotettivo nei confronti dei figli tendono a comportarsi allo stesso modo con il proprio cane, tenendolo sempre legato al guinzaglio, non lasciandolo sciolto al parco nemmeno per pochi minuti, giustificando questo atteggiamento con la paura di perderlo.
E sappiamo che un cane a tal punto limitato nell'espressione della sua vitalit e delle sue esigenze di esplorazione e socializzazione facilmente va incontro allo sviluppo di problematiche comportamentali.
Non solo. In alcuni casi, il cane pu anche servire a mantenere in qualche modo l'equilibrio psicologico e relazionale tra membri di una famiglia attraverso meccanismi di spostamento, proiezione o identificazione.
Ci avviene sulla base di una tendenza tipicamente umana a inserire un terzo in una dinamica di coppia, determinando in tal modo quello che viene definito un triangolo relazionale.
Per esempio, la rabbia di una moglie per la negligenza del marito nella cura per il cane di casa potrebbe riflettere i problemi relazionali della coppia: la moglie si sente trascurata nei suoi bisogni e prova risentimento per le continue assenze del marito.
Ed eccolo l, il cane, triangolato nelle tensioni relazionali!
Per citare lo psichiatra americano Murray Bowen, pioniere della terapia familiare, i triangoli relazionali rappresentano una modalit di gestione dei conflitti nei sistemi umani. Quando le tensioni si elevano al di sopra di un livello tollerabile fra due parti si tende a tirarne dentro un terzo.
La funzione del terzo, in questo caso il cane,  quella di disperdere la tensione all'interno del sistema, alleviandola.
Un padre, per esempio, potrebbe sfogare la sua rabbia nei confronti della moglie urlando contro il proprio cane, oppure una madre potrebbe esprimere un giudizio negativo rivolgendosi al proprio cane mentre in realt  una figlia o un figlio a scatenare la critica.
Quando i cani vengono percepiti come veri e propri membri della famiglia, quindi, i sentimenti di rabbia, gelosia, paura, il senso di colpa e la tendenza al controllo possono essere giocati attraverso di loro, e tale dinamica pu contribuire a mantenere un certo grado di coesione fra i membri della famiglia stessa.


Il trauma della perdita.

Sempre nell'ottica del sistema-famiglia, possiamo rilevare un'ulteriore importante dinamica, che si attua quando il cane di casa viene a mancare.
La morte del cane segna in questi casi un evento traumatico non solo dal punto di vista emotivo per i membri della famiglia pi legati ad esso, ma pu accadere che avvenga una conseguente rottura dell'equilibrio che in qualche modo il cane assicurava all'interno del sistema.
Quando, infatti, l'animale ha assunto una funzione cruciale nella dinamica di coppia o familiare, la sua perdita pu letteralmente destabilizzare l'intero sistema relazionale: nel caso in cui le tensioni di coppia o di famiglia siano state tamponate dalle attenzioni rivolte al cane o semplicemente spostate su di esso, ecco che pu generarsi, a seguito della perdita, un forte disagio relazionale che, a sua volta, pu portare a un'escalation dei conflitti.
In un caso che ricordo bene, il legame affettuoso di una donna con il suo pastore tedesco aveva sostituito per anni la mancanza di affetto che era evidente nel suo matrimonio. Quando il cane mor, l'insoddisfazione coniugale divent per la signora cos intollerabile da indurla a separarsi dal marito.
Un altro caso, trattato questa volta nello studio di psicologia, vede una famiglia composta da una coppia di genitori separati in casa con un rapporto estremamente conflittuale e una figlia adolescente che soffre ovviamente le particolari tensioni familiari, oltre a sei gatti e un cane fortemente voluti da madre e figlia, strettamente alleate fra loro, che se ne prendono cura in maniera quasi maniacale, ma ignorati completamente dal padre/marito.
Dopo la morte del cane, la figlia sviluppa un disturbo della condotta alimentare caratterizzato da una vera e propria ossessione per l'aspetto fisico.
Anche qui la mancanza di attenzioni e di affetto da parte del padre  divenuta improvvisamente intollerabile appena  venuto a mancare il cane, che fino a quel momento l'aveva nascosta, compensandola.


Chi porta il sintomo?

Facendo riferimento ai meccanismi di spostamento e triangolazione che avvengono all'interno della dinamica familiare attuati nei confronti del cane, viene da riflettere anche sull'assegnazione del sintomo al cane.
Quest'ultimo, infatti, diviene in alcuni casi il paziente designato, quello che porta in terapia un problema che  invece della famiglia tutta.
Certo, portare dallo strizzacervelli il proprio cane  decisamente pi comodo, socialmente pi accettabile e permette ai membri della famiglia di non mettersi troppo in gioco in maniera diretta e personale.
Quello matto  lui!.
In realt, in questi casi,  assai facile osservare nella famiglia alcune problematiche che, nel lavoro di educazione e/o rieducazione del cane, divengono ostacoli quasi insormontabili e comunque non gestibili nella loro totalit all'interno di un campo di addestramento o di una sessione educativa domiciliare rivolta al cane.
Certe situazioni conflittuali e complesse andrebbero pi opportunamente affrontate davanti a uno specchio, piuttosto che al centro cinofilo!
Volendo tracciare una sorta di profilo di questa tipologia di famiglie proprietarie, possiamo affermare che solitamente descrivono il sintomo del cane con dovizia di particolari e che apparentemente sono disponibili ed estremamente motivate al trattamento del loro quattrozampe.
Durante la consultazione emerge spesso una percezione del problema differente a seconda dei membri della famiglia, fino a toccare posizioni antitetiche fra marito e moglie, madre e figli, padre e figli, fratelli, nucleo familiare e famiglia allargata. E tendenzialmente solo uno dei membri, cerca di coinvolgere gli altri con scarso successo, si prende carico dell'iniziativa educativa e/o trattamentale.
Queste famiglie sono spesso resistenti al cambiamento e si applicano apparentemente alle prescrizioni fino a quando non percepiscono il rischio reale di successo di queste ultime.
Il sintomo portato dal cane  in qualche caso solo percepito, ma inesistente nella realt, oppure presente in maniera decisamente inferiore a come descritto.
Il cane in questi casi sembra portare il sintomo che per appartiene all'intero sistema familiare il quale, opponendo resistenza al trattamento, rende il percorso educativo difficile, tortuoso e con un'aspettativa di risoluzione del problema soltanto parziale.
L'ideale sarebbe infatti poter lavorare sul cane e sulla famiglia in maniera integrata: sia includendo il cane nel sistema famiglia, identificando il suo ruolo e la sua funzione, sia coinvolgendo la famiglia intera nel percorso educativo del cane e/o nel trattamento del sintomo.


La branda di... Brando: una storia di terapia cino-familiare.

Brando  un vivace meticcione di tre anni che vive in un mega appartamento/attico con tanto di balcone immenso che gira tutto intorno alla casa. Con lui vivono moglie (Signora S.), marito (Signor G.) e due figli di 20 e 22 anni, di quelli stile desaparecidos che nell'esplorazione della propria, invidiabile giovinezza passano di casa solo per cambiarsi, riscuotere qualche euro, ricaricare lo smartphone e nutrirsi quanto basta per uscire di nuovo ignorando l'esistenza del cane e, spesso, anche dei genitori.
La Signora S. mi contatta per un apparente, banale problema di trascinamento a guinzaglio durante le passeggiate e difficolt di richiamo di Brando nel momento di lasciare l'area cani o il parco cittadino dopo le sgambate.
Conosco Brando al campo di addestramento, insieme alla Signora S., e vedo un cane allegro, vivace, socievole sia con l'umano che con i conspecifici, discretamente interessato al lavoro e con una buona capacit di apprendimento.
Iniziamo con lui qualche incontro di ingaggio, qualche comando base, richiami con e senza distrazioni insieme alla Signora S.
Durante le pause fra una sessione e l'altra di addestramento, la Signora S. mi racconta qualcosa in pi di lei, di Brando, della loro quotidianit, presentandomi per la prima volta un problema, classico fra i classici, di cane che sale sul letto e non vuole pi scendere opponendo resistenza passiva, ovvero che si pianta l e non si sposta nemmeno con le bombe finch non lo decide lui.
Stamattina ha anche fatto cadere una pila di piatti che erano sul lavello aggiunge.
Come mia abitudine, mi auto-invito a casa di Brando, fissando da l a tre giorni un'osservazione sistematica nell'ambiente domestico per vedere coi miei occhi la scena del letto.
Arrivando a casa dei clienti, vengo accolto da Brando, o meglio dalle sue zampe e dalla sua lingua, dalla Signora S. e, per la prima volta, incontro il Signor G.
La casa, di grandi dimensioni,  particolarmente pulita e ben curata. Un open space contiene ingresso, salotto con super divano angolare in pelle bianco come la neve appena scesa e cucina con bancone in muratura lungo almeno cinque o sei metri, con rispettivo lavello in graniglia.
Dopo le leccate iniziali, Brando parte per una folle corsa circolare strusciando il divano per tutta la sua lunghezza, con salto finale sopra il bancone della cucina e annessa caduta di oggetti, posate e stoviglie varie, triplo carpiato dentro il lavello e ritorno a zampe umide sul divano.
Non c' male. Davvero.
Leggo imbarazzo nel volto della Signora S. e disappunto su quello del Signor G., che, scuotendo il capo, guarda la moglie tutta affaccendata a recuperare il cane trattenendolo per il collare.
La camera da letto dov'? chiedo.
Mi accompagnano, aprono la porta, entriamo. Brando si esibisce in tre o quattro passaggi saltellanti sopra il letto senza soffermarsi.
Eccolo, eccolo!!! Lo vede che fa? dice la Signora S.
Il Signor G. mi dice che ormai da quasi un anno dorme in un'altra stanza perch con il cane sul letto non riesce proprio a dormire, sta scomodo, sente caldo.
Gli chiedo se vorrebbe tornare a dormire sul suo letto. Certo mi dice all'unisono con la moglie, pu aiutarci?.
Avete mai provato a farlo scendere? E come?.
Signora S.: Lo spingo ma... niente, torna su. Provo a farlo scendere con dei bocconcini, ma appena finito di masticare eccolo di nuovo... quando addirittura non viene a mangiarseli sul letto.
Signor G.: E poi ha visto cosa combina per tutta casa?! Lei lo lascia sempre fare - indicando la moglie - per non parlare di quando siamo a tavola ....
Nei giorni successivi prescrivo alla famiglia di acquistare una brandina per Brando da posizionare in camera e di scrivere ciascuno una lista di regole per la gestione del cane in casa, comprendente cose come l'accesso alla tavola o meno, l'accesso al divano, i turni per le passeggiate e per le lezioni di educazione cinofila.
Alla visita successiva lavoriamo con la Signora S. sulla spinosa questione del letto.
Dovr far scendere il cane dal letto ogni volta che prover a salire, che lo faccia una o cento volte, in ogni occasione dovr farlo scendere con fermezza e inviarlo sulla sua brandina che ora  posizionata in terra ai piedi del letto.
Facciamo insieme qualche prova, utilizzando anche una tecnica di targeting sulla brandina. In pratica, iniziamo ad accompagnare il cane sulla brandina premiandolo ogni volta con del cibo. Offrendogli cos un'alternativa positiva al divieto relativo al letto. Tradotto in umanese gli diciamo: Ok, devi scendere da questo letto ma vedrai, sar piacevole anche dormire sulla tua brandina.
Dopo 7-8 ripetizioni Brando sembra aver capito perfettamente che la questione letto  praticamente chiusa.
Provo anche col Signor G.
Tutto bene.
Procedo quindi con la prescrizione successiva, che suona pi o meno cos:
Ottimo lavoro! Ora dovrete farlo anche senza di me. Non potete assolutamente cantare vittoria per ora perch Brando ha imparato solamente non posso salire sul lettone quando in casa c' quello l (che sarei io), e siccome io non posso trasferirmi a vivere da voi, dovrete seguire le istruzioni alla lettera se volete riappropriarvi della vostra comodit e della vostra intimit.
Vi aspetta una pessima nottata, spero che domattina non dobbiate alzarvi troppo presto. Quando sar ora di coricarvi vi comporterete esattamente come tutte le sere, ma ogni volta che Brando salir anche solo con una zampa sul letto voi dovrete alzarvi, farlo scendere e indirizzarlo verso la sua brandina. Lo far lei Signora S. quando sar dalla sua parte del letto, mentre il Signor G. lo far quando Brando cercher di invadere il suo lato. Sar probabilmente una notte difficile. Ma dovrete farlo. Ogni volta. Ci rivediamo fra 10 giorni.
Mi consegnano anche le liste delle regole. C' accordo unanime sul 100% dei turni di passeggiata assegnati alla Signora S. e anche sulla presa in carico dell'educazione di Brando, mentre per il resto c' un totale disaccordo.
Nei giorni successivi convoco la coppia, facciamo un lungo colloquio dal quale emerge che Brando da un lato sta facendo esercizio quotidiano e le passeggiate sono diventate pi lunghe e pi piacevoli.
Questo sembra aver ridotto anche buona parte dei comportamenti iperattivi in casa, eccetto due cose: l'accesso al divano e l'accesso al lettone.
Il Sig. G.  tornato infatti a dormire in un'altra stanza pur affermando che per qualche notte, eccetto la prima, tutto  andato bene.
La Signora S. sostiene che Brando non sale pi sopra di lei di notte, ma tenta di infilarsi dal lato del Sig. G. che, ai primi tentativi del cane, si  armato di cuscino e si  trasferito nuovamente nell'altra stanza, dicendo che non ci sarebbero mai riusciti, che ormai Brando  abituato cos ed  troppo grande per imparare.
Senza entrare nel merito del comportamento del figlio quadrupede della Signora S., possiamo interpretare questa storia in un'ottica familiare, sistemico-relazionale, per spiegare l'insuccesso dell'intervento.
Brando arriva in casa dei signori S. che, al momento, hanno un figlio diciassettenne e uno diciannovenne i quali, da bravi post adolescenti, spariscono spesso da casa, smettono di condividere pensieri e problemi con mamma e pap, sperimentano una nuova proto-autonomia.
Il nido diventa improvvisamente pi vuoto e i coniugi vivono un profondo cambiamento che li vede un po' meno genitori e un po' pi marito e moglie.
Ora hanno meno tempo per fare i genitori e molto, forse troppo tempo per essere una coppia, dopo quasi un ventennio. Ecco allora il conflitto, che non si esprime direttamente ma si sposta sulla gestione del cane.
La Signora S. ha riempito il nido con il nuovo figlio surrogato ed  probabilmente disposta a rivestire il ruolo di moglie senza aver abbandonato quello di madre. La sua adesione alle prescrizioni lo conferma in qualche modo.
Il Signor G., preferisce continuare a dormire in un'altra stanza, additando il cane come unica causa di questo suo spostamento e presentando una chiara resistenza alla prescrizione che si  pericolosamente dimostrata efficace.
Il disaccordo e il conflitto sulle regole relative a Brando permangono e resistono al trattamento a salvaguardia della relazione dei signori S. e G., i quali, senza tale conflitto, rischierebbero di scoprire che, sotto il livello del mare, c' tutto il resto dell'iceberg.


Dall'incompetenza agli psicofarmaci.

Da quanto detto fin qui dovrebbe apparire evidente che prima di pensare a qualsiasi intervento terapeutico - farmacologico o comportamentale che sia - occorre una diagnosi precisa e soprattutto realistica: il che significa, prima di tutto, appurare se  davvero il cane ad avere un problema, se sono i proprietari ad averne uno (e quindi sono loro la causa dei disordini comportamentali del cane), o ancora se i proprietari vivono come problematica una situazione che in realt  del tutto normale.
Purtroppo bisogna dire che uno dei veri e propri disastri della cinofilia moderna  la presenza di figure professionali create un po' su due piedi, ovvero formate con corsi e corsetti di durata estremamente limitata e dai contenuti spesso insufficienti a fornire una vera competenza cinofila.
I corsi per educatori/addestratori/istruttori e chi pi ne ha pi ne metta hanno avuto (e hanno) un successo strepitoso soprattutto tra i giovani, che in questo periodo di crisi del mondo del lavoro si illudono di potersene costruire uno con poco impegno e una spesa relativa.
Il risultato  che oggi, come titolai tempo fa in un mio articolo, ci sono pi educatori cinofili che cani: e purtroppo almeno il 70% di questi educatori (o addestratori) in realt non dispone neppure delle competenze necessarie per lavorare con un cane normale.
E figuriamoci con uno problematico.
Da qui  nata l'esigenza di sapere da chi mandare i cani troppo difficili, quelli che l'educatore/addestratore ancora inesperto non riesce ad aiutare/recuperare/riabilitare (a seconda dei casi): e il business cinofilo ha trovato una risposta nella figura del veterinario comportamentalista, che per, a sua volta, viene formato con un semplice master: master che - purtroppo - ha un'impostazione mirata quasi esclusivamente alla risposta farmacologica, visto che sono state proprio le case farmaceutiche le prime a introdurre in ambito accademico i propri esperti.
Questa, in soldoni,  la situazione attuale in Italia (e solo in Italia: per esempio in Inghilterra, considerata la patria della cinofilia, la figura del veterinario comportamentalista non esiste. Esistono tre o quattro psicologi canini in tutta la Gran Bretagna, ma per tutto il resto basta il veterinario normale ad affiancare la figura del dog trainer e anche qui non ci sono tutte le distinzioni che abbiamo in Italia tra educatori, addestratori, rieducatori e cos via).
In questo modo pu capitare (e purtroppo capita spessissimo) che il proprietario in difficolt segua (del tutto o in parte) questo iter: educatore inesperto > istruttore incompetente > veterinario comportamentalista > psicofarmaco... quest'ultimo somministrato magari a un cane che non ne aveva alcun bisogno, e dopo un esborso economico tutt'altro che irrilevante.
Il lato pi tragico di tutta la faccenda  che i cani non guariscono praticamente mai grazie agli psicofarmaci: a volte si pu notare una remissione del sintomo, ma non viene assolutamente intaccata la causa.
Lo stesso Istituto Nazionale per la Salute Mentale degli USA (NIMH) dichiarava, gi nel 1999, che gli SSRI (selective serotonin reuptake inhibitors, ovvero inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina: in assoluto gli psicofarmaci pi utilizzati sul cane) sopprimono i sintomi ma non curano il disturbo.
Il risultato  che il sintomo, dopo un certo periodo in cui si verifica la normale assuefazione al farmaco, si ripresenta tale e quale (quando non peggiorato dalla mancanza di lucidit e di autocontrollo del cane, dovuta al farmaco stesso), rendendo cos necessario aumentare le dosi, o aggiungere ulteriori farmaci.
A proposito dei quali, tenderei a ricordare che:
*  Non esistono farmaci psicotropi studiati specificamente per gli animali. Quelli utilizzati sono tutti a uso umano e sono stati sperimentati sempre e solo sull'uomo.
* Non esiste, al momento, alcuna sperimentazione sul cane, il che significa che gli effetti a lungo termine, per esempio, sono completamente sconosciuti.
* In pratica, gli effetti si stanno sperimentando sulla pelle dei cani che stanno assumendo psicofarmaci oggi.
* Come dicevo sopra, i farmaci di gran lunga pi utilizzati sono gli inibitori della ricaptazione della serotonina, il cosiddetto ormone della felicit. Si parte dal presupposto che ai cani (cos come agli umani) depressi o affetti da disturbi ossessivo-compulsivi manchi la serotonina... ma  un presupposto assolutamente teorico, perch al momento non si dispone di alcuna metodologia capace di misurare il livello di serotonina cerebrale (neppure nell'uomo, e figuriamoci nel cane).
* In pratica, si somministra un farmaco al cane sperando che funzioni, visto che nell'uomo molto spesso i sintomi regrediscono.
* Anche nell'uomo le cose non filano poi cos lisce come potrebbe sembrare: alcuni studi, infatti, hanno dimostrato che gli SSRI possono curare la depressione di chi ce l'ha... ma farla venire a chi non ce l'aveva.
L'FDA (Food and Drug Administration) americana ha imputato al Prozac (in assoluto lo psicofarmaco pi usato, anche in veterinaria) 1 885 tentati suicidi e 1 734 morti.
Le reazioni avverse (convulsioni, allucinazioni, aggressioni, deliri, ostilit violenta e psicosi) sarebbero state superiori a quelle di qualsiasi altro prodotto messo in vendita negli ultimi 25 anni. Forse ce n' abbastanza per provare almeno un minimo di preoccupazione!
Purtroppo non  facile individuare i veri responsabili di quanto sta accadendo, visto che alla base di tutto ci sono le lobby farmaceutiche, pressoch inattaccabili.
Sono state loro a individuare il colossale business che poteva essere rappresentato da una societ nella quale la presenza di animali domestici  diventata davvero esorbitante: il 33% degli italiani ne possiede uno (rapporto Eurispes 2015), mentre nel Regno Unito siamo al 46% e negli USA si  arrivati al 62% circa, con un 37-47% di cani e un 30-37% di gatti.
Le case farmaceutiche hanno pertanto avviato una vera e propria campagna tesa a formare veterinari che vedessero nello psicofarmaco la risposta ideale a ogni problema, dopodich gli stessi veterinari (in buona fede, visto che erano stati istruiti in questo modo nelle stesse universit) hanno cominciato a influenzare i proprietari di cani e gatti.
Una serie di circoli viziosi che sta condizionando pesantemente la vita dei poveri animali, costretti a subire visto che non possono scegliere.
Lo stesso  accaduto, specialmente in America ma anche in Europa, seppure in misura minore, con i bambini: milioni di piccoli americani vengono trattati con fluoxetina (il principio attivo del Prozac) per malattie che in alcuni casi, dicono gli studiosi, sono state inventate di sana pianta pur di poter prescrivere poi lo psicofarmaco.
Solo che nel caso dei bambini c' stata anche una fortissima reazione da parte di medici e studiosi meno cinici e meno interessati al business, che hanno fatto e stanno facendo tutto il possibile per mettere in guardia i genitori: nel caso dei cani, purtroppo, siamo davvero in pochissimi a lanciare un grido di allarme che mi pare sacrosanto, ma che va a scontrarsi con alcune realt innegabili, quali:
*  Il desiderio dei proprietari di trovare soluzioni facili e veloci.
* La societ moderna, sempre pi frenetica, impedisce di fatto alle persone di fermarsi a ragionare, di prendere atto delle vere cause di un problema - qualsiasi esso sia - e di impegnarsi per risolverlo. Preferiamo tutti, di gran lunga, la bacchetta magica: che nel caso del cane si pu concretizzare nello strumento magico (vedi, per esempio, collari o pettorine che impediscono meccanicamente al cane di tirare, collari antiabbaio e cos via, che ci risparmiano la fatica di educare il cane) o nella pilloletta miracolosa quando si tratta di problemi comportamentali (o presunti tali);
* Il comprensibile e umanissimo desiderio di sentirsi deresponsabilizzati. Ogni educatore o addestratore sa bene quanta fatica costi cercare di spiegare ai proprietari che il vero problema del cane sono loro (e capita in una percentuale molto elevata di casi, purtroppo): c' il rischio di offendere, quello di ferire e - non ultimo, per chi di questa attivit fa la sua professione - quello di perdere il cliente.  indubbio che sia mooolto pi gratificante, per un proprietario, sentirsi dire tu non hai alcuna colpa,  il cane che  malato!.
Peccato che questa sia una menzogna, e che la pilloletta miracolosa, non curando la causa ma soltanto il sintomo, possa avere conseguenze davvero tragiche per l'animale.
Mi  stato inviato, tempo fa, il video di un border collie di nome Dexter che dopo anni di terapia farmacologica (con conseguente aumento esponenziale delle dosi) si  ridotto a una sorta di ameba che vive appallottolata sul suo tappetino e si alza solo per mangiare e fare i bisogni, con lo sguardo fisso nel vuoto.
Il cane  stato ridotto cos perch si trattava di un soggetto aggressivo, che aveva morso anche in famiglia: e la cosa pi drammatica  che se qualcuno cerca di toccarlo, lui manifesta ancora reazioni aggressive. Ma  sufficiente passargli a un metro di distanza e tutto si risolve, visto che lui non ha pi neppure la forza di alzarsi per andare a pinzare qualcuno.
Anzi, no: la cosa pi drammatica non  questa.  invece il fatto che il veterinario normale (non il comportamentalista) che ha in cura questo cane-zombie abbia correttamente chiesto la consulenza di un addestratore, che si  offerto di tentare un recupero comportamentale senza uso di farmaci, ma i proprietari hanno rifiutato, affermando che per loro va bene cos.
Sia chiaro: quello di Dexter  un caso limite e non tutti i cani curati con farmaci psicotropi fanno questa fine.
In molti casi il farmaco viene usato soltanto come sostegno alla terapia comportamentale, per un periodo di tempo limitato: ma anche in queste occasioni bisogna dire che sono di ausilio all'uomo (per esempio, facendogli correre meno rischi di morsicatura, nel caso di soggetti aggressivi) e non al cane!
Appare evidente che gli umani che sentono il bisogno di questa stampella (fingendo di non conoscerne i possibili problemi correlati, che vanno dall'assuefazione ai veri e propri effetti collaterali anche drammatici, proprio come accade alle persone) non se la sentono di affrontare il problema dal punto di vista etologico, offrendo al cane ci di cui il cane ha bisogno: sicurezza, consapevolezza del proprio ruolo, regole, chiarezza e coerenza.
La stragrande maggioranza dei cani aggressivi  costituita da cani insicuri e confusi: e certo, per rimettere le cose a posto occorre un impegno notevole. Ci vogliono tempo, studio, pazienza, passione e competenza. Quando i primi tre requisiti mancano al proprietario, il quinto all'educatore/addestratore e il quarto, probabilmente, a entrambi... ecco che la tentazione di prendere la scorciatoia farmacologica diventa fortissima.
E se poi ce lo dice il veterinario, figura nella quale riponiamo grande fiducia... il gioco (perverso)  fatto.
Io posso solo dire che negli ultimi dieci anni (s,  vero che sono in cinofilia da quaranta, ma gli psicofarmaci sono apparsi solo negli ultimi dieci. Prima di allora, se qualcuno avesse parlato di dare il Prozac al cane, sarebbe stato accolto da grandi risate, perch l'avrebbero presa tutti per una barzelletta) ho avuto a che fare con parecchie decine, e forse arriviamo anche al centinaio, di cani a cui erano stati prescritti psicofarmaci per i problemi pi svariati (tra questi spicca, ovviamente in negativo, un cucciolo di tre mesi a cui  stata prescritta la fluoxetina perch tirava al guinzaglio!): bene, in nessuno di questi casi si  mai ottenuta una vera e propria guarigione grazie alle pillole.
Purtroppo, non posso neppure dire che la soluzione si  sempre ottenuta, invece, rivolgendosi alla sottoscritta: neppure io ho la bacchetta magica, e soprattutto non sono capace di fare il lavaggio del cervello ai proprietari costringendoli a seguire le mie indicazioni (altri ci riescono, beati loro: io no).
Per posso aggiungere che in casi molto, ma molto simili tra loro (dall'aggressivit alla fobia, dall'iperattivit all'apatia) ho ottenuto risultati decisamente superiori nei cani che non erano mai stati trattati farmacologicamente rispetto a quelli che invece avevano assunto farmaci o li stavano assumendo.
Questo perch il cane  un essere capace di pensare, di ragionare, di trarre conclusioni dalle esperienze che vive: ma tutto questo non funziona altrettanto bene se la sua mente non  completamente lucida.
L'ideale sarebbe che il professionista cinofilo (educatore o veterinario che sia) fosse in grado di:
*  Fare una diagnosi precisa e attendibile del problema, senza raccontare favole a nessuno e senza cercare di indorare alcuna pillola.
* Stabilire esattamente se esiste una patologia comportamentale, una patologia organica, oppure un insieme delle due cose.
* Affrontare i problemi solo comportamentali secondo i dettami dell'etologia classica, che guarda caso funzionano perfettamente da circa ventimila anni (da ancor prima che si sapesse cosa mai fosse l'etologia!), dell'addestramento classico (che non  in alcun modo un addestramento cattivo, ma soltanto il risultato dello studio della vera natura canina eseguito dal vivo, nella vita di tutti i giorni e non in laboratorio), della conoscenza del cane vero e non di tutte le icone ingannevoli (dal peluchone al quale basta tanto ammmooorreeee al cane cattivo per razza) che in molti tentano di propinarci per farci sopra un bel business, infischiandosene altamente del benessere del cane stesso.
* Approcciare con una terapia farmacologica corretta e appropriata i casi in cui esiste davvero un problema fisico: se, tanto per fare un esempio, si scopre che il cane aggressivo o depresso  affetto da ipotiroidismo (che pu portare a entrambe le situazioni), mi sembra evidente che esso vada curato con i relativi farmaci e che sia inutile tentare di risolvere il problema soltanto attraverso l'educazione/addestramento. Per, appunto, la diagnosi dev'essere formulata in modo appropriato e non tirata a indovinare.
Aggiungo qui che  davvero vergognoso che i cani, ormai membri della famiglia a tutti gli effetti per miliardi di persone, non dispongano di una mutua e che quindi i proprietari, anche solo per arrivare a una diagnosi, debbano dissanguarsi.
Non parliamo poi del divieto, per i veterinari, di prescrivere medicinali a uso umano ma solo farmaci veterinari (anche quando sono assolutamente identici), che costano il triplo. Questa  l'ennesima dimostrazione di come le lobby farmaceutiche siano riuscite nel loro intento di allungare le mani su tutto il settore pet, anche a costo di danneggiare gravemente i proprietari, o almeno le loro tasche. Purtroppo queste cose le sanno ancora in pochi, e quindi sono in pochi a combatterle.
Si spera che i tempi cambino... possibilmente in fretta, prima che la situazione arrivi a un punto di non ritorno.


Siamo uomini o caporali? Siamo cani!.

I cani sono in qualche modo simili ma anche molto diversi da noi. L'ha gi spiegato abbondantemente Lorenzo, quindi non ripeter le stesse cose.
Quello che mi preme ribadire, per,  che dobbiamo familiarizzare con il concetto di diverso. E non soltanto diverso da noi, ma anche diverso l'uno dall'altro.
Se nessuna persona  identica all'altra, e questo lo sappiamo, dobbiamo ricordare che nei cani queste differenze sono estremamente pi accentuate che nell'uomo.
Sono accentuate, per esempio, dalla razza e dalle dimensioni.  importante ricordare che quando diciamo ogni bambino  diverso dall'altro ci riferiamo comunque a delle variabili assai meno importanti di quelle che possiamo trovare nei cani: non esistono bambini di tre anni che pesino cento chili e che debbano giocare con loro coetanei di un chilo e mezzo (e se esistessero, credo non ci voglia molta fantasia per capire che il loro comportamento sarebbe influenzato piuttosto pesantemente dalla taglia!).
Anche le razze, in campo umano, non esistono (se non nella fantasia malata di qualche famigerato personaggio storico): certo, ci sono etnie differenti dal punto di vista fisico, ma non da quello psichico.
Nei cani non  cos: la selezione naturale e quella umana hanno dato vita a vere e proprie razze (che non per nulla si chiamano cos!), oltre che a cani fantasia che riuniscono in s caratteristiche variabilissime anche dal punto di vista psichico.
Soltanto i cuccioli fino ai due mesi di vita sono cani in senso generico (anzi, qualche piccola differenza si vede gi a questa et!); ma poi cominciano a evidenziarsi caratteristiche che fanno di ogni razza qualcosa di specifico e di diverso... e in pi, anche all'interno della stessa cucciolata, ci sono le differenze individuali, gi insite nel corredo genetico di ognuno. Se poi aggiungiamo che ognuno di questi cuccioli verr influenzato dall'educazione ricevuta, dalle esperienze positive e negative, dalla presenza di altri cani e da quella degli umani... ecco che parlare di un cane generico diventa quasi una barzelletta.
Chiunque sostenga che i cani sono tutti uguali dice una grandissima corbelleria (ed evidentemente non ha avuto a che fare con molti soggetti).
Ma in pratica, tutto questo, dove ci porta?
Ci porta all'importanza vitale di scegliere il cane giusto per noi: di conoscerne a fondo le caratteristiche di razza (e meglio possibile quelle individuali, specie quando la razza non c') e di sapere esattamente cosa potremo aspettarci quando quel cane entrer a far parte della nostra famiglia.
Questo capitolo si intitola Diagnosi e terapie, ma ancor prima di queste dovrebbe sempre esserci la prevenzione: ovvero, evitare di cercarsi da soli i guai mettendosi in casa un animale che non siamo in grado di gestire, o che ha esigenze incompatibili con il nostro stile di vita.
Molti problemi comportamentali, infatti, sono legati esclusivamente al fatto che il cane non vede soddisfatti i suoi reali bisogni: cani super-dinamici relegati in appartamento, cani molto sociali sbattuti da soli in giardino, cani di piccola taglia (ma pur sempre cani!) bambinizzati al punto di impedire loro di posare le zampe a terra, sempre tenuti in braccio (o peggio ancora, in borsetta: orrenda moda degli ultimi anni). Tutto questo pu creare problemi comportamentali anche molto gravi, che quasi sempre si risolvono quando i proprietari vengono convinti a cambiare stile di vita (o almeno a farlo cambiare al cane!).
I punti chiave, quelli da tenere sempre presenti, sono:
* Il cane  diverso da noi.
* Tutti i cani sono diversi tra loro.
* Ogni cane ha bisogno di vivere una vita adatta alle proprie esigenze e non alle nostre (n a quelle di un ipotetico cane generico.
*  bene lasciar perdere completamente la retorica del cane fedele che si accontenta di pochissimo e ci d tutto.
Che ci dia tutto  sicuramente vero, che si accontenti di poco... no. Non sempre. Esistono milioni di soggetti che non si accontentano neanche un po', e che se non rispettiamo le loro esigenze ce la fanno pagare comportandosi da veri discoli... o peggio. Ma non  colpa loro, non lo fanno con intenzione (soltanto l'uomo  intenzionalmente malvagio) e non sono neppure malati: hanno soltanto un proprietario inadeguato.


Le soluzioni mutuate dalla psicologia umana.

Quando si parla di problemi comportamentali, a chi vuole evitare l'insidiosa scorciatoia del farmaco vengono solitamente proposte diverse possibili soluzioni, tutte prese di peso dalla psicologia umana.
Condizionamento e controcondizionamento, desensibilizzazione, abituazione, terapie avversive, flooding e cos via sono tutte tecniche studiate sull'uomo e per l'uomo: poi sono state applicate ai cani, spesso con risultati apprezzabili... ma non sempre. In parte, i mancati risultati dipendono dal fatto che il cane (ribadiamolo ancora una volta) non  un uomo ed  diverso dall'uomo: in parte anche dal fatto che di fronte a un problema comportamentale non ci si pu limitare a guardare il cane, ma  necessario analizzare tutto il contesto familiare.
Abbiamo detto in precedenza che il cane manifesta spesso qualcosa di molto simile a un contagio emotivo che viene definito, non del tutto propriamente, empatia: probabilmente manca il termine esatto per indicare un meccanismo che non possiamo conoscere a fondo, visto che appartiene a una specie diversa dalla nostra... ma se empatia ci risulta comprensibile, parliamo pure di empatia. La cosa certa  che i nostri stati d'animo si trasmettono al cane (o almeno alla stramaggioranza dei cani) e che questi reagisce di conseguenza.
Ho conosciuto cani ansiosi che cambiavano radicalmente atteggiamento quando si trovavano lontani dai loro altrettanto ansiosi proprietari; cani che si mostravano aggressivi soltanto se li teneva al guinzaglio un umano altrettanto aggressivo; cani di persone depresse che manifestavano a loro volta sintomi di depressione. In alcuni casi il cane presenta segni di patologie o semplici disagi psichici inesistenti nel modello selvatico (lupi e cani ferali), quindi letteralmente copiati (o per meglio dire contagiati) dall'umano di riferimento.
Ho conosciuto addirittura cani che hanno avuto la stessa malattia fisica del proprietario (e parliamo di malattie assolutamente non trasmissibili da uomo a cane).
Ovviamente non c' alcuna prova scientifica che si sia trattato davvero di un contagio: per il dubbio  lecito, specie se il cane improvvisamente guarisce quando guarisce il proprietario (in un caso che ho potuto conoscere personalmente, la malattia in oggetto era un tumore maligno).
Come e quanto la psiche possa incidere sul fisico, ancora non  noto neppure nell'uomo: per le malattie psicosomatiche sono riconosciute dalla scienza, cos come esiste, per esempio, l'effetto placebo (che, anzi,  talmente importante da venire utilizzato come metodo di controllo in tutta la sperimentazione farmacologica).
Molti fattori concorrono a far pensare che ci si possa effettivamente ammalare e/o guarire soltanto per via psichica: e i cani, evidentemente, possono ammalarsi e guarire seguendo, anzich i propri, i meccanismi psichici dei loro umani di riferimento.
In questi casi la soluzione non sta nel curare il cane, ma nel convincere il proprietario a curare se stesso.
Quando invece  proprio il cane ad avere un problema, bisogna ricordare sempre che la sua mente  simile, ma non identica alla nostra: quindi pu succedere che i rimedi studiati e sperimentati sull'uomo non ottengano l'effetto voluto. In questi casi non ci si dovrebbe arrendere, ma provare a sperimentare qualcosa di diverso. A volte pu aiutare anche un puro e semplice colpo di fortuna.
Questo  un esempio decisamente simpatico di come, a volte, le soluzioni cadano dal cielo, anche quando le terapie mutuate dalla psicologia umana hanno fallito.
Sicuramente a nessuno psicologo umano verrebbe mai in mente di far vestire da ape Maia un bambino aggressivo! Eppure con i cani ha funzionato... perch i cani sono diversi, ecco tutto.
C' da dire, comunque, che in moltissimi casi le soluzioni classiche ottengono risultati apprezzabili: per esempio, la desensibilizzazione progressiva ottiene spesso la totale remissione di paure e fobie. Per teniamo presente che se non funzionano queste, si pu sempre provare qualcos'altro: anche cose che con la psicologia umana non hanno proprio niente da spartire.


L'ape Maia
di Valeria Rossi.

Mi  rimasta particolarmente impressa la storia di un cane che veniva costantemente aggredito da tutti i suoi simili: nessuno riusciva a capirne il motivo.
Lui era un cagnolotto remissivo, che non faceva proprio nulla per scatenare le reazioni avverse dei colleghi; eppure la sua proprietaria non riusciva a liberarlo in un parco, o in un'area cani, senza che lui diventasse il bersaglio di tutti gli altri soggetti presenti. Forse c'era qualcosa che non andava nel suo odore, chiss.
Ovviamente, col tempo, il cane stesso era diventato intollerante verso gli altri cani: ma nessun metodo dissuasivo funzionava con lui, perch lui aveva tutte le ragioni del mondo per comportarsi in modo aggressivo. La sua era pura e semplice autodifesa preventiva!
La soluzione arriv, del tutto inaspettatamente, quando la sua umana decise di partecipare a una sfilata di Carnevale nella quale era previsto che anche i cani indossassero un costume: il cagnolino fu vestito da ape Maia, con una maglietta a strisce gialle e nere.
Bene: quel giorno nessuno degli altri cani presenti gli si avvicin con fare aggressivo: alcuni erano incuriositi, ma lo approcciavano comunque in modo amichevole, mentre altri sembravano volersi tenere il pi possibile alla larga da quell'insetto gigante.
A quel punto la proprietaria decise di far indossare ogni giorno al cane una bandana con gli stessi colori del costume... e nessuno aggred pi il cagnolino, che dopo qualche tempo cominci a rilassarsi e a ridiventare a sua volta amichevole con i suoi simili.


Convivere con un alieno.

Quando affrontiamo il problema comportamentale di un cane, in realt, ci stiamo addentrando in un mondo quasi completamente sconosciuto:  un po' come mettersi a psicoanalizzare l'abitante di un altro pianeta.
 indubbio che ci siano molte, anzi moltissime affinit tra il comportamento umano e quello canino: ma ci sono anche grandi differenze, a partire dal fatto che la mente del cane  molto pi semplice della nostra e che lui non  condizionato (come noi) dai retaggi sociali e culturali.
Troppo spesso sento dire frasi come il mio cane  cattivo, o il mio cane  dispettoso, quando dovrebbe essere chiaro che il cane non pu essere n buono n cattivo in senso morale, perch non ha un senso morale. E non  neppure in grado (proprio fisiologicamente) di fare i tanto sbandierati dispetti, perch la sua mente non  capace di abbinare un comportamento alle conseguenze che questo potr avere in futuro su soggetti diversi da lui.
Siamo, ancora una volta, troppo abituati ad antropomorfizzare i comportamenti canini: un'abitudine che dobbiamo levarci pi velocemente possibile, se vogliamo provare davvero a capire come (e non cosa, perch questo  pressoch impossibile) pensi il nostro amico a quattro zampe.
Al momento, purtroppo, siamo ancora abbastanza lontani dall'avere questa risposta.
Ci arriveremo un giorno? Chiss.
Forse, in futuro, la scienza ci dar i mezzi per capire davvero a fondo tutti i meccanismi della mente canina (e si spera che riesca a fare lo stesso per quelli della mente umana, perch anche l non  che siamo messi benissimo): per il momento, per, possiamo provare ad andare un po' oltre l'antropocentrismo e l'antropomorfizzazione, rendendoci semplicemente conto che siamo di fronte al diverso... e che questa diversit, dopotutto, fa parte di quell'immenso fascino che da oltre 20 000 anni rende il cane una compagnia preziosa e insostituibile per l'uomo.
...
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...
FINE.
...
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...
Bibliografia ragionata.
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Per chi desiderasse approfondire alcuni dei contenuti, proponiamo una breve bibliografia suddivisa per aree tematiche. La necessit di formulare in questo modo i riferimenti bibliografici del testo deriva dalla multidisciplinariet dell'argomento trattato, che comprende contributi provenienti da diversi ambiti scientifici: etologia, psicologia, psicoterapia, neuroscienze.
*  Per un approccio pi completo al tema dell'intelligenza canina e al comportamento del cane, alcuni grandi classici che propongono modelli a volte in contrapposizione fra loro ma che non possono mancare nella biblioteca di ogni cinofilo esperto o meno.
Brunner F., Come capire il cane e farsi capire da lui, Longanesi, Milano 1974.
Budiansky S., L'indole del cane. Origini, stravaganze, abitudini del Canis familiaris, Raffaello Cortina, Milano 2004.
Coren S., L'intelligenza dei cani, Mondadori, Milano 1996.
*  Alcuni riferimenti di psicologia umana relativi agli argomenti presentati.
TERAPIA FAMILIARE SISTEMICA E MODELLI DI FAMIGLIA
Bowen M., Family Therapy in Clinical Practice, J. Aronson, New York 1978.
Cain A., A Study of Pets in the Family System, in A. Katcher and A. Beck (eds.), New Perspectives on Our Lives With Companion Animals, University of Pennsylvania Press, Philadelphia 1983.
Minuchin S., Families and family therapy, Harvard University Press,
Cambridge 1974.
MODELLI DI INTELLIGENZA UMANA E DELL'APPRENDIMENTO
Gardner H., Educazione e sviluppo della mente. Intelligenze multiple e
apprendimento, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento 2005.
Goleman D., Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano 1996.
Skinner B.F., Science and Human Behaviour, The Free Press, New York 1953.
Wimmer H. e Perner J., Credenze su credenze: rappresentazione e
funzione di vincolo delle false credenze nella comprensione dell'inganno dei bambini, tr. it. in Liverta Sempio O., Marchetti A. e Lecciso F., Teoria della mente. Tra normalit e patologia, Raffaello Cortina, Milano 1995.
*  Testi di approfondimento sull'impianto teorico e applicativo della Psicoterapia Breve Strategica del professor Giorgio Nardone, con particolare riferimento al trattamento di pazienti fobici e ossessivi.
* Viene inoltre segnalato il classico di Sun Tzu sull'arte della guerra, testo di riferimento per la comprensione delle strategie psicoterapeutiche mutuate dalle antiche arti belliche cinesi.
Nardone G., Ossessioni, compulsioni, manie, Ponte alle Grazie, Milano 2013.
Nardone G., Solcare il mare all'insaputa del cielo, Ponte alle Grazie, Milano 2008.
Nardone G. e Watzlawick P., L'arte del cambiamento. La soluzione dei
problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi, Tea, Milano 2010.
Sun Tzu, L'arte della guerra, Mondadori, Milano 2003.
* Volumi e articoli di etologia e psicologia animale comparata.
Butler A.B. e Hodos W., Comparative Vertebrate Neuroanatomy: Evolution and Adaptation, Wiley-Interscience, Hoboken 2005.
Darwin C., L'espressione delle emozioni nell'uomo e negli animali, Bollati
Boringhieri, Torino 2012.
Klver H. e Bucy P.C., Preliminary analysis of functions of the
temporal lobes in monkeys, Archives of Neurololgy & Psychiatry, 1939, 42, pp. 979-1000.
Miklsi A., Dog Behaviour, evolution, and cognition, Oxford University Press, Oxford 2007.
Premack D., Intelligence in ape and man, L. Erlbaum Associates, Hillsdale 1976.
Premack D. e Premack A.J., The Mind of an Ape, Norton, New York 1984.
Vallortingara G., Altre menti. Lo studio comparato della cognizione animale, Il Mulino, Bologna 2000.
Whiten A. e Byrne RW., Tactical deception in primate, Behavioral and Brain Sciences, 1988, 11, pp. 233-244.
* Per un approfondimento sulle questioni empatia e neuroni specchio.
Rizzolatti G. e Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni specchio, Raffaello Cortina, Milano 2006.
Roganti D. e Ricci Bitti P.E., Empatia ed emozioni: alcune riflessioni sui neuroni specchio, Giornale Italiano di Psicologia, 2011, 3, pp. 591-615.
...
.
...
Sommario.
.
Contro i dogmi cinofili
Tale cane, tale padrone
Le logiche degli abbinamenti
Il cane come rivoluzione e come rappresentazione
Dalle affinit ai fraintendimenti
La mente del cane e quella dell'uomo
Diversa... mente
Il modello stimolo-risposta
Perch non parli?
Una, due, tante intelligenze
Alka seltzer!
Specialista del linguaggio del corpo
L'obbedienza  segno d'intelligenza?
Gli stupidi cani
Io so che tu sai
L'arte dell'inganno tra realt e leggenda
Una mente che pensa e una mente che sente
Noi e le sue emozioni
Una maltese allo specchio
L'annoso tema dell'empatia
Le frontiere della ricerca
Uno sguardo d'insieme
Una brutta notizia
Siamo uguali o diversi?
Psicologia canina, s... ma quale?
Educatori, rieducatori, comportamentalisti, addestratori... che confusione!
Ma tu, sei cognitivista o behaviorista?
Behaviorismo, cognitivismo e...
Il cane non  obbligatorio
Problemi reali, problemi solo umani, problemi inventati
Il disturbo comportamentale
Compagni di stanza (in psichiatria)
Fobie a quattro zampe
Il Disordine Compulsivo Canino
La sindrome della suzione del fianco
Solcare il mare all'insaputa del cielo
Inedite convergenze terapeutiche
Fido nel sistema-famiglia
Le emozioni sotto il tetto
Il trauma della perdita
Chi porta il sintomo?
La branda di... Brando: una storia di terapia cino-familiare
Diagnosi e terapie
Dall'incompetenza agli psicofarmaci
Siamo uomini o caporali? Siamo cani!
Le soluzioni mutuate dalla psicologia umana
L'ape Maia
Convivere con un alieno
Bibliografia ragionata
...
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...
FINE.